Sperduto

Osservavo ogni giorno, per molte ore al giorno, un enorme giardino fiorito: cespugli di azalee e ortensie confondevano i loro colori con la tenacia brillante dei fiorellini di campo, i sempreverdi costeggiavano il vialetto di casa fino al cancello in ferro, la pioggia al mattino bagnava le fronde dei pioppi più alti lasciando che l’acqua scorresse al suolo ricreando cascate e torrenti che finivano per disperdersi nell’aria. Sbirciando dalla mia finestra esaminavo tutto con fare scientifico, con lo scopo di ricreare ogni immagine su carta. Tiravo fuori la lingua, pignolo, strappavo un foglio dall’album e disegnavo: non c’era nulla di più importante. Di certo non mi era mai capitato di essere a corto di pastelli. Infatti, seppure il verde e il rosso risultavano oltremodo consumati più degli altri, ne avevo pronta una scorta ben fornita nel primo cassetto della scrivania.

Qualcosa, quel mattino, continuava a turbarmi: un ronzio, un rumore, un fastidioso strascico echeggiava sordo lì intorno. «Accidenti!» Spezzai il pastello giallo a metà, contro il foglio, arrabbiato e frustrato per aver sbavato un contorno nel disegnare una primula aperta.

«Non c’è nessuno qui in casa» pensavo, «solo io e il mio giardino. Non c’è nessuno.» Mi alzai senza troppa voglia dalla mia postazione e andai ad aprire la porta. In tutta la casa regnava un silenzio quasi innaturale, a suo modo piacevole, e dalla mia visuale ogni cosa sembrava al suo posto: le porte, rigorosamente aperte, tranne quella della mia camera, non cigolavano; le tende lasciavano che la luce inondasse il salotto di rinnovata armonia; le finestre immobili permettevano al vento di insinuarsi senza problemi. Un particolare mi saltò all’occhio, attento com’ero: un angolo che si presupponeva dovesse essere illuminato, risultava orribilmente buio. Mi precipitai giù per le scale, saltellando e prestando attenzione, fino a scoprire il perchè di quel terribile evento: una delle porte era stata chiusa. Fui assalito da un terrore indescrivibile, qualcuno era entrato, qualcuno sapeva. Mi feci coraggio avanzando verso la maniglia e lasciai che la serratura scattasse con quell’improponibile frastuono: la stanza era scura, le tende tirate, davanti a me l’ignoto prendeva il sopravvento e mancò poco che mi si fermasse il respiro nel vedere quanto l’oscurità potesse cambiare quel luogo che conoscevo ormai così bene. Deglutii a vuoto, camminando all’indietro, spinto da un panico cieco che non riuscivo a controllare. Due occhi di vetro mi fermarono: brillavano fissandomi, forse sfiorati da una luce della quale non mi ero accorto; facendomi coraggio aprii le tende e quanto fu grande la mia sorpresa! Una fila di bambole su di un baule guardavano l’entrata con la testa reclinata da un lato; ero sicuro di non averle mai viste ma ero contento di averle trovate, perciò le presi tutte e cinque e tenendole fra le braccia le portai con me. Mi richiusi in camera, non più interessato al giardino, e cominciai a parlare con le nuove amiche che mi ero fatto.

«Come siete arrivate qui?»
«Qualcuno deve avervi gettate via, vero?»
«Una bambina, magari?»
Non ci volle molto prima di innervosirmi per la mancata risposta ad ogni mia domanda: erano bambole, pupazzi di pezza, e non potevano tenermi compagnia. Una volta appurato questo, ricominciai a disegnare fino a sera.

Non avevo mangiato niente e lo stomaco brontolava più del solito: niente cibo in casa e così dormii per combattere la fame. La luce sul comodino proiettava ombre conosciute e rassicuranti sulla parete di fronte, tutto era come doveva essere: tranquillo e con la pace nel cuore salutai le mie bambole, in fila sulla scrivania, e chiusi gli occhi: la stanchezza ebbe la meglio e mi lasciò scivolare in un sonno sereno e senza sogni. Doveva essere poco prima dell’alba quando aprii gli occhi e mi ritrovai davanti il viso della prima bambola, quella con gli occhi di vetro. Per poco non saltai giù dal letto nel vederla sorridere contenta.
«Finalmente sei sveglio!»
«Si, finalmente!», le facevano eco le altre, in fila sul letto.
«Sto sognando» fu la prima cosa che mi venne in mente, «e le bambole non possono parlare», mi sforzai di chiudere gli occhi e riprendere sonno per riuscire a svegliarmi davvero, ma il frastuono delle loro vocine stridule non mi permetteva di dormire.
«Vieni a giocare con noi!»
«Si, vieni, vieni!», un coro oltremodo fastidioso rendeva inutile ogni mio tentativo di tornare alla realtà.
«Beh, almeno ho l’occasione di parlarvi», ero evidentemente nervoso ma cercai di non darlo a vedere, «Come siete arrivate qui?»
«Siamo sempre state qui.», era sempre la prima a parlare, forse forte di un qualche titolo in una gerarchia che non conoscevo.
«Vivo qui da molto tempo e non vi ho mai visto.»
Sorrise, il pupazzo. «Perchè non hai guardato bene.»

La conversazione di quella notte fu tutto sommato piacevole per uno come me, che non poteva mai parlare con nessuno. Era contro ogni logica, certo, ma mi faceva stare meglio perciò assecondai i miei deliri onirici fino a che le mie palpebre non decisero che poteva bastare. Mi risvegliai il mattino dopo, estremamente riposato: le bambole erano in ordine sparso sul letto, occhi aperti, immobili, vitrei. Decisi che era stato un episodio di sonnambulismo, ne avevo sentito parlare tempo prima da mia madre: le persone si alzano durante il sonno senza rendersene conto, guardano, esperiscono, vivono mentre dormono e pensano di essere svegli. “Poco male”, pensai, “mi è capitato di peggio”.

La chiacchierata con le bambole si ripeteva ogni notte: non mi sentivo più solo, ero stranamente felice. Felice di aver trovato qualcuno con cui parlare e che non mi attraversasse con lo sguardo come tutti gli altri facevano, qualcuno che mi guardasse davvero seppur durante i sogni. Erano giorni duri, la pioggia non smetteva di cadere, temporali e tempeste si abbattevano sul giardino dal mattino presto e continuavano fino a quando l’oscurità non divorava ogni cosa. Nonostante questo, comunque, ero felice che calasse il buio.
Quella notte in particolare sembrava in principio solo una delle tante, le bambole in fila sul letto volevano come sempre una favola ed io ne conoscevo abbastanza da non ritenere difficile occupare quegli incontri. I sogni cominciavano a sembrare più autentici della realtà stessa, i colori più vividi, i suoni più definiti: non lasciavo più ogni porta aperta, le avevo chiuse tutte, non avevo più paura.

«…Quindi accadde che il burattino, stanco ormai di essere solo un pezzo di legno, decise di…»
«Vorresti che fossimo uguali?»
La domanda mi colse impreparato, interruppi la mia storia e guardai una delle bambole che mi fissava dal basso.
«Siete bambole, io sono umano. Pinocchio è soltanto una favola, non è possibile essere… Uguali.»
«Si che lo è.», una voce cavernosa e profonda mi rispose dal fondo della stanza. «Carne, ossa, tessuto, sabbia…Credi davvero che la sostanza abbia qualcosa a che fare con la forma? Anima, quella si che è importante.»
Una mano aprì il mio armadio dall’interno e ogni mio terrore divenne reale così come il sudore che mi colava freddo sulla fronte. Non riuscivo a parlare, mi schiacciai contro la parete alle mie spalle cercando invano di dare un termine all’incubo. La voce rise prima di diventare una figura riconoscibile ai miei occhi.
«Provi terrore, si?», sembrava sorpreso, «Senti le gambe tremare, la testa pulsare, i piedi avvertono lo stimolo di correre via? Stai morendo… Di paura?»
Continuavo a fissarlo e le bambole a ridacchiare bisbigliando tra loro.
«Questo è solo un sogno, tu non sei reale per me.»
«E tu, invece, sei molto, molto speciale per me.» S’indico teatrale sorridendo: aveva un viso inquietante, pallido e solcato da numerose cicatrici, un cappello a tesa larga sulla testa e una smunta pelliccia rovinata senza maniche, gettata all’apparenza in maniera casuale sulle spalle.

«Ti piace stare con loro, si? Ti senti meno solo, si?»
Annuii senza dire una parola, la gola si era seccata all’improvviso.
«Me ne andrò presto. Devi solo dirmi se ti piacerebbe far compagnia alle tue bambole anche alla luce del sole, non solo la notte. Potrebbero giocare con te in ogni momento, si… Senza dover attendere il… Sonno, si.» Rise per poi schiarirsi la voce.
«Avere un cuore d’oro, essere liberi… Vivrai i tuoi giorni più felici, insieme alle tue piccole bambole, si?» Le additò come un padre fiero farebbe con sua figlia.
«Se accetterò te ne andrai via?» Cominciavo a pensare che non fosse poi una cattiva idea: erano cinque, avrei dovuto trovare un modo per sfamarle ma tutto sommato potevano essere d’aiuto, farmi compagnia… La figura annuì e sorrise mentre mi porgeva la mano mostrando denti ingialliti ma dritti e appuntiti.

«D’accordo, mostro nell’armadio.» Mi allungai in avanti, facendomi forza, per sancire il patto. Quando l’ombra strinse il mio palmo sentii una fitta al cuore, mi voltai verso le bambole sforzandomi di sorridere ma quelle giacevano sdraiate sul letto, prive di qualsiasi vitalità.
«Cosa… Cosa hai fatto?»
«Sono sempre stato io, loro si sono arrese molto tempo fa. La tua richiesta verrà esaudita, piccolo idiota sperduto. Tu mi hai chiesto di farvi uguali ed io porterò a termine il patto.»
Sentii pian piano il mio cuore rallentare, era una sensazione strana, stringente, come di carne che comincia a marcire.
«Prima però», fece il mostro, «dovrai ricordare.»
E ricordai. Tutto sembrò farsi più limpido nella mia mente di bambino, oh si, avevo dimenticato di accennartelo, avevo solo dieci anni. Ricordai perchè ero rimasto solo e mi sembrò che tutto avesse un senso. Le giornate senza cibo – tutte, in verità – e le finestre rotte, la casa era in rovina… Non ci avevo fatto caso. Le porte erano tutte aperte perchè non riuscivo a chiuderle, non potevo, non era fisicamente possibile. Ricordai l’incidente in barca con i miei genitori, il temporale, mia madre che mi teneva stretto fin quando l’acqua non ci sommerse tutti; riuscivo a riportare alla mente quell’emozione che cresceva dentro di me ad ogni sorso d’aria in meno che mi riempiva i polmoni. Ero morto e non riuscivo a trovare di nuovo la voce di mia madre che raccontava la sua ultima favola e cercava di sovrastare il fragore dei tuoni, di tranquillizzarmi nell’ultimo momento utile prima di abbandonarsi alle profondità. Ero morto e sperduto fra i vivi.

«Adesso sai perché sei così speciale. Mai prima d’ora ero riuscito a legare un fantasma ad una bambola, piccolo idiota.», rideva di gusto, ogni fragorosa risata mi faceva contorcere le dita delle mani in spasmi incontrollati, il mio cuore stava pian piano indurendosi, marcio e nero lo sentivo inspessirsi come cuoio. «Prima di rubarti l’ultima cosa che ti rimane, l’anima s’intende, si? È mio obbligo recitare le clausole del patto. Per poterti liberare dovrai convincere qualcun altro a prendere il tuo posto; ogni giorno sarà per te un’eternità di dolore e afflizione, rinchiuso nel tuo involucro di pezza…», rise di nuovo, di botto, non si fermò finchè alcune lacrime di gioia non gli solcarono le cicatrici sugli zigomi, «Perdonami, perdonami. Questa parte mi fa sempre sbellicare. Potrai arrenderti quando vorrai e da quel momento diventerai una delle mie cicatrici, non sentirai più dolore e non potrai rivedere nessuno dei tuoi cari, nè qui nè all’altro mondo. Ah, per sempre s’intende. La cosa positiva è che potrai contribuire al mio potere, fornendomene di volta in volta con la tua succulenta.. Tristezza! Tutto chiaro?»

Deglutii a vuoto, non sentivo più la consistenza del mio corpo, l’aria e la realtà attorno a me non erano più nemmeno lontanamente palpabili. Le mie mani si erano sgretolate così come il mio viso, solo due parti di me erano rimaste: il cuore, ormai duro come il marmo, e gli occhi, vitrei e neri. Potevo guardarmi dall’esterno e non mi ero mai sentito così perso.

So che avrei dovuto dirti tutto questo prima ma non potevo farlo, tu mi capisci, vero? Volevi una favola ed io te l’ho data.

La bambina mi guarda e annuisce, la mia mano di stoffa tocca la sua mentre il mostro sbircia dall’armadio, riesco a percepirlo. «Sono rimasto intrappolato in questa forma per troppo tempo. Giorni lunghi un’eternità, settimane, mesi, anni! Anni… Temevo di impazzire.»
«Non… Voglio diventare come te…», la sua voce è così delicata, così stridula, proprio come quella delle mie vecchie bambole di pezza. Povera piccola.
«Non è quello che dicevi poco fa, però…» Sorrido inquieto: mi sorprendo di quanto io sia cambiato. Ormai ho più di cento anni e cento ancora ne avrei passati ridotto così se non fosse arrivata Amandine.
«Mi avevi detto che saresti diventato come me, non il contrario!»
«Ah ah, dolce, tenera Amandine. Ho solo detto che saremmo stati uguali. Forse ho mentito sullo stare insieme, in effetti… Devo andarmene di qui, mia madre mi aspetta.» Sento il cuore della bimba che mi si sgretola davanti agli occhi, questi occhi vitrei che continuo ad odiare, con cui fisso il mondo e fisso me, intrappolato, ingabbiato! Ma ora non più, non più.
Quando il cuore di Amandine diventa d’oro non posso più toccarla, sfumo, divento nebbia che si disperde in questa cameretta così fottutamente rosa.
«Ho vinto io, mostro dell’armadio.»
«Davvero?»
Mi guardo intorno senza occhi, mi tocco senza arti, mi perdo ancora. Tutto ciò che riesco a vedere è una bambola, delle mani che la prendono e un ticchettare di passi verso un antro buio. Sanguino, non sono io, non sono io, mi sto agitando ma non sono io.
«Come si sta sulla mia faccia, eh piccolo idiota?»

Storia: Gaia Paolillo
Photo: creep show by mafinha on Deviantart

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