Psych-edelic

Una storia fatta di musica e parole.

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Respira.
Ricordati di respirare.

Non è semplice dimenticarsi di farlo. Un processo biochimico volontario e involontario al contempo, il coronamento della bugia del libero arbitrio. Un po’ come il cuore che batte.
Potete smettere di prendere aria, potete trattenerla, potete restare in apnea per qualche minuto se siete abbastanza allenati, ma non potete dimenticarvi di respirare. In questo il cervello somiglia in maniera fastidiosa a dio.

Respira.

Nella mia mente si proietta mille e mille volte il ricordo delle sue labbra, il rossetto rosso ciliegia sbavato sui lati della bocca, il fumo condensato che fuoriesce fra i suoi denti non perfettamente dritti – disposti come soldatini zelanti fatta eccezione per un paio di leve che battono la fiacca. Le sue labbra non troppo carnose che si muovono a rallentatore lungo le mie ciglia e mi dicono di respirare. Obbedisco.

Respiro, una boccata d’aria prepotente e famelica. Sento le costole alzarsi sotto il peso dell’ossigeno inalato, se mi concentro e chiudo gli occhi riesco persino a percepire il mio sangue che scorre imperterrito dalla fonte al mare, dal mare alla fonte, ripulito e poi sporco di nuovo. Lo scambio gassoso ha inizio ed io non posso fare a meno di rimanere viva. Le terminazioni nervose del mio cervello sfarfallano come lampadine al neon nel clou di un horror cheap. Mi sono sempre piaciuti i film di serie B. Piccoli capolavori dimenticati dalla storia che viaggiano su binari paralleli a quelli del cinema mainstream, su vagoni ricolmi di appassionati in cosplay.

Quando riapro gli occhi la sua bocca è solo un ricordo sfocato, attorno a me il buio di una stanza chiusa. Che giorno è oggi? Spero non sia lunedì. Il pavimento freddo mi solletica la schiena, nuda come sono simile ad un corpo morto sul lettino metallico di un obitorio di paese. Non so dove sia finito il mio letto, non so neppure se sia mai stato qui. Confusa e frastornata tento di tirarmi su ma rimango bloccata a metà strada, incapace di spiccare il volo: la mia schiena è incredibilmente dolorante. Non ricordo il mio nome. Non ricordo il mio viso. Nel nero profondo di ombre che non conosco provo a guardarmi dentro ma non ci sono risposte. Vorrei dire qualcosa, senza pubblico andrà bene lo stesso: probabilmente è colpa mia. Sembra scontato, banale, melenso, ne sono consapevole. Non so esattamente di quale reato io mi sia macchiata, se penale, civile o morale, etico, fisico o presunto, premeditato o volontario. Di qualunque tipologia si tratti, posso affermare con assoluta certezza di essere la causa del mio male. La ragione che spiegherebbe il mio essere sdraiata qui, senza vestiti e senza pudore, nell’aria fresca di una notte che non mi appartiene. Riesco a pensare con chiarezza lucida e spaventosa a quali possibili tranelli del destino mi abbiano condotto qui. Mentre sento scattare la serratura del mio nuovo mondo oscuro mi viene anche un po’ da sorridere. Riderei se ne avessi la forza, riderei se ricordassi come si fa. Nel dubbio, respiro e aspetto.

Non mi dimentico, giuro.
Respiro.


 

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