Poco Credibile

“Non è colpa mia! Non è colpa mia, dannazione!”

Sarebbe stato più credibile se queste parole non le avesse pronunciate con la mano sul manico della lama conficcata dentro il torace. Comunque decisi che non erano affari miei: sorrisi e lasciai correre. Bisogna sempre lasciar correre, fa bene all’anima e al corpo.

C’avrei persino bevuto su, se quel torace non fosse stato il mio. Me l’ero meritata, quella pugnalata. Quando qualcuno ti distrugge la vita tu che puoi fare oltre che bere e scopare finché non muori? Ammazzare lo stronzo che ti ha ribaltato l’esistenza.
Non avrei mai pensato che quella notte a Madison Park avrebbe potuto fare tutti quei danni: ero sbronzo. Sballato e sbronzo. Ondeggiavo come una barca a vela nel bel mezzo di una tempesta, occhi stanchi, occhiaie profonde e tutto intorno un groviglio di rughe: 35 anni e già ero ridotto abbastanza male, seppure riuscivo ancora a rimorchiare, questo bisogna dirlo. Incontrai Marvin per caso: se ne stava lì, seduto sulla panchina di fronte al lago a guardare i cigni dormire. Sorrideva, sfigato Marvin. Avevo voglia di fare amicizia, l’alcool tende a rendermi piuttosto socievole.

“Hai intenzione di startene lì tutta la sera, amico?” Il disgraziato mi guardò spaesato facendo cenno di no.
“Non hai voglia di fare un po’ di casino? Eh, amico?”

Scandivo sempre con attenzione quell’appellativo, mi divertiva. Amico: meno di un amore e più del primo pezzente che incontri per strada… Forse. Amico è qualcuno che ti prende per mano e, anziché rompere le palle per i problemi che hai e che gli procuri, sprofonda nella merda insieme a te. Decisi di risvegliare quell’uomo senza scopo dal suo torpore, di portarlo con me nel paese delle meraviglie e fargli vedere quanto poteva essere bella la vita, questo almeno dal mio punto di vista. Lo presi per un braccio trascinandolo via dalla panchina, non si oppose. In effetti non credo si fosse mai opposto assolutamente a niente, Marvin l’assertivo.

“Come… Come ti chiami?”
“Sta’ zitto, amico.”

Sembrava un bambino Marv, se ne stava lì a farsi strattonare con un sorriso ebete in faccia. Dopo qualche centinaio di metri mi accorsi che teneva qualcosa stretto al petto con la mano libera, la abbracciava quasi fosse stato un neonato, il suo neonato. Mi fermai guardandolo di sbieco.

“Cos’hai lì, amico? Qualcosa con cui possiamo svoltare la serata?” Lo prendevo per il culo, mi divertiva.
“Mi chiamo Marvin.”

Lo disse candidamente, in maniera innocente e spensierata – Lui si chiama Marvin – pensai scuotendo la testa e cominciando a ridere di gusto. Dondolò per un po’ sul posto finché non gli sfilai via il pacchetto: cominciai a strappare la carta, lo sfigato urlava e strepitava sbattendo i piedi. Ritardato Marv. Nel pacchetto c’era una copertina blu striminzita e consumata, una penna, un quaderno, una mela e cento dollari in pezzi da dieci. Osservai per un attimo la faccia disperata e contrita del poveraccio che mi stava di fronte: che diavolo hai in testa per portarti in giro questa roba, Marv. Di notte, in un parco, da solo..

“Mi chiamo Marvin. Quello è il regalo della mamma. La mamma è andata a fare un bagno nel lago dei cigni e tornerà presto.”

Era dicembre, il lago era freddo e non vedevo donnine allegre sul pelo dell’acqua. Marv avrà avuto poco meno di 20 anni e qualche problema mentale, sua madre, invece, non sarebbe tornata mai più. Quella fu la prima volta in assoluto che riuscii a sentirmi parte di qualcosa: Marv era rimasto solo, era spaventato, un pesciolino sperduto in un acquario di squali ed io ero lì, unica ancora di salvezza. Povero sfigato Marv: lo portai via di lì con la forza e gli chiesi dove abitasse.

“Vicino, vicino! Su Keep Road, dritto, poi a sinistra, poi dritto, poi a sinistra.”
“Tutto chiaro. Ora vieni con me, amico.”

Non avevo voglia di chiamare la polizia, e a parte la sua mamma, come diceva lui, mi parve di capire che non ci fosse nessun altro a prendersi cura di quel disgraziato. Lo portai a casa con me, tutti quei dritto e sinistra mi facevano venire il voltastomaco solo a sentirli. D’accordo, è vero, non era un posto accogliente, più una bettola incrostata che puzzava di piscio e cane bagnato ma di questi tempi dove puoi andare se non sei nessuno? Ed io non ero nessuno, fidatevi. Neppure ora sono qualcuno, a parte il coglione che sta morendo per mano dell’amico Marv e vi racconta questa stupida storia.

Passarono i giorni: nutrivo il mio nuovo coinquilino con scatolette di tonno e cheeseburger e le cose andavano bene a parte qualche crisi passeggera per l’abbandono della sua famiglia, se così possiamo chiamarla.
Una sera qualcuno bussò alla porta, avevo una vaga idea di chi potesse essere dunque non risposi, avrei dovuto svegliarmi piuttosto presto e non avevo voglia di discutere. Chi era venuto a far visita bussava sempre più forte e Marvin pensò bene di precipitarsi all’entrata: BRAVO MARV, bravo il coglione.

Marta entrò come una furia scaraventando lui, insieme alla porta, contro il muro d’entrata. Quello cominciò a piagnucolare, strappandosi la faccia, e lei ad urlare. Quanto era bella Marta, un fiore cresciuto in uno dei peggiori quartieri di Crave town con due occhi neri e limpidi come il mare di notte. L’avevo quasi sposata, Marta: pensandoci bene e considerato che non mi resta molto, sarebbe stata l’unica decisione sensata di tutta la mia vita.

Imprecava urlando contro di me che ero lì sdraiato sul divano a bere birra. La sua voce era fatta di piccoli rasoi che tagliuzzavano con intenzionalità sezioni del mio cervello random, mi sfiniva, mi uccideva, riusciva persino a ferirmi, Marta. Dopo un minuto buono si accorse della presenza di Marvin che intanto era scivolato lungo la parete fino a sedersi a terra, piagnucolava ancora.

“E lui chi è? Tuo fratello scemo?”

Marta dolce miele, Marta la stronza.

“Lui è Marv. Era rimasto solo.”

“Ti sei messo a raccattare ritardati dalla strada? Non credo sia una buona idea gioia, dovresti prima trovare qualcuno che accudisca te. C’è puzza di piscio qui dentro, apri un po’ la finestra.”

Annuii senza rispondere e buttai giù un altro sorso. La birra è provvidenziale in questi casi: ti salva dal dire qualcosa di incredibilmente stupido.
D’improvviso Marta sembrò essersi calmata, un torrente che ritrova la sua pace e si lascia abbracciare dal mare. Camminava verso Marvin ondeggiando sui suoi tacchi alti, gli sbatté le cosce in faccia prima di accarezzargli la testa e chinarsi su di lui.

“Ciao Marvin, io sono Marta.”

“Ciao Marta, hai delle belle gambe.”

Scoppiammo a ridere in due a quell’affermazione: un malato mentale poco più che adolescente che non aveva visto per anni altri che sua madre, se ne usciva ora con un sorriso sornione post pianto e un complimento alla MIA donna.

“Vacci piano amico, o ti butto fuori a calci in culo.”

Annuì, sfigato Marv, sospirò e poi tacque. Era un idiota obbediente.

“Senti un po’ gioia…” Adoravo quell’appellativo: gioia. Mi faceva sentire speciale per un momento, un po’ meno stronzo, un po’ meno rassegnato. E’ difficile riuscire a focalizzare l’amore, a visualizzarlo con un’immagine o un simbolo. Per me l’amore erano le labbra rosse di Marta dolce miele, lei era l’amore.
“…Sono mesi che non ti vedo. Te ne sei andato al Frawn dicendo che tornavi presto.”

“Beh, qualche mese è comunque meno di mai.”

Marta alzò il dito medio al mio indirizzo e andò verso il frigo per farsi una birra. Marv era rimasto per tutto il tempo ipnotizzato, osservava le movenze di lei, il suo sculettare e ancheggiare da prima donna. Non c’era dubbio, si era innamorato. Errore, grosso errore, sfigato Marvin. Mai innamorarsi dell’amore.

L’ennesima entrata in scena di Marta aveva innescato una serie di eventi infausti: sembrava stregare il mondo con la sua bellezza distruttrice e trascinare con sé ogni briciolo di serenità.

Ero stato licenziato dal mio ultimo lavoro: a quanto pare non sapevo pulire i cessi con professionalità, bella scusa per buttare fuori a calci l’ubriacone asociale di turno. Avevo voglia di bere e nemmeno un soldo in tasca, badare allo sfigato mi costava tempo e fatica e l’apatia continuava a smangiucchiarmi l’anima. A volte l’esistere ti porta al limite, lascia che tu possa guardarti intorno per bearti della tua insulsa vita frantumata in pezzi, non ti dà soddisfazione, ti spinge verso il basso come un bulletto che cerca di affogarti in una pozza d’acqua sporca.

Era limpido il cielo la sera che mi venne in mente l’idea: doveva essere un lavoretto pulito, due berette, una per me e l’altra per la mia crudele metà, e una bella mazza da baseball per Marv. Non ero molto convinto sul portarmelo dietro ma mi serviva un palo e lo sfigato strillava meglio di tutte le puttanelle che avevo conosciuto fino a quel momento. Rapinare una farmacia c’avrebbe svoltato il mese, per lo meno.

Marta dolce miele aveva recuperato una boccia di Jack così iniziammo a bere qualche bicchierino per riscaldare la serata. Entrammo in macchina carichi e col viso coperto, un po’ brilli e su di giri prima del colpaccio; sfigato Marvin era rimasto in silenzio per tutto il tragitto, seduto composto sui sedili posteriori della Gran Torino con un’espressione contrita sul volto.

“Ehi, amico, che ti prende? Hai paura per caso?” Mi veniva da ridere, l’alcool stava cominciando a pompare nelle vene e il nervoso aveva lasciato il posto ad un’adrenalinica isteria. “Dovrai solo controllare che non arrivino sbirri, e se dovessero comparire…” Lasciai volutamente la frase in sospeso, per assicurarmi che avesse capito.

“Dovrò picchiarli.” Rimase in silenzio per qualche secondo per poi riattaccare con la solita solfa. “Mamma dice che rubare è sbagliato. Mamma non vuole, amico. Amico, mamma mi punirà.”

“Andiamo, Marvin, dobbiamo pur mangiare, no? La mamma non si arrabbierà, non preoccuparti.” Lo accarezzò passandogli la mano sinistra tra i capelli biondi e sorridendogli materna. Marta, meravigliosa Marta, sapeva sempre come calmarlo. Non c’era rimasta nessuna madre a punire i nostri errori, eravamo orfani d’affetto e d’amore.

Per riuscire nell’impresa avevo scelto un obiettivo semplice: quartiere di periferia, pochi porci in divisa a pattugliare le strade, bottino presumibilmente onesto. Parcheggiai su Thoser Street, affiancandomi al retro della farmacia e prestando attenzione ai dintorni: non c’era un’anima, erano le tre di notte e la situazione scorreva liscia per me e per i miei compagni di bevute.

Marta dolce miele si portò sul davanti e bussò più volte sul vetro antiproiettile della finestrella dalla quale si intravedeva un ragazzotto dormicchiare.

“Mi scusi, MI SCUSI. Avrei bisogno.. Coff.. Avrei bisogno urgentemente.. Coff..” Un’attrice nata, si piegava in due dal dolore nemmeno avesse il diavolo e tutti i gironi in corpo, tremava, tossiva, si contorceva strofinando distrattamente il seno contro i vetri lerci.

“Oh.. OH. Mi.. Mi dica signorina.. Devo.. Devo chiamare un’ambulanza?” L’imbranato si risvegliò dal torpore notturno, gli occhi puntati sulle tette ipnotiche di Marta, deglutiva di tanto in tanto per ricacciare in gola quell’erezione inopportuna.

“No, no, posso soltanto entrare… Un momento e sedermi? Devo prendere.. Coff.. Alcune medicine, ce le ho segnate qui..” Tirò fuori dal reggiseno un fogliettino arrotolato, sbatteva le ciglia come un cerbiatto la maledetta. Il tipo annuì, aprendole la porta: fu allora che svoltai l’angolo e scivolai all’interno dopo di lei. Tenevo la beretta puntata alla tempia di quello che sembrava un coglioncello senza arte né parte. Ero già stato lì, nessuna telecamera a circuito chiuso, niente di niente.

“Vi.. Vi avverto. Se.. Se non andrete immediat..amente via.. Sarò costretto a.. A.. A chiamare la polizia!”

Balbettava, mi venne un sacco da ridere ma ricacciai indietro il divertimento per dedicarmi agli affari. Marvin mi aveva seguito ed ora se ne stava titubante e spaventato a far oscillare la mazza per aria davanti all’entrata.

“Maledizione Marv, così attirerai l’attenzione! Vai contro il muro e chiama solo se vedi sbirri. Inteso?” Marvin annuì.

Marta ed io cominciammo a prendere i contanti dalla cassa con l’incasso giornaliero, in più svuotammo il portafoglio del ragazzetto: in tutto 1000 dollari. Avevo avuto un’ottima idea, da queste parti si arrotonda con i tossici: Quaalude, Prozac, Lexotan..

Il farmacista chiude un occhio sulla ricetta e apre le tasche. Io apro le tasche del farmacista.

Sembrava andare tutto liscio prima che Marv cominciasse a gridare come un matto e a scalpitare muovendo a destra e a sinistra la mazza come fosse uno stendardo di guerra. Gli sbirri, come diavolo avevano fatto ad arrivare tanto presto?

Mi voltai verso il farmacista con due occhi poco rassicuranti.
“Pezzo di merda, li hai chiamati tu, eh?” Non rispose, piangeva. Il mio sguardo scivolò lungo il suo braccio fino alle dita della mano destra, nascoste al di sotto del bancone, intente ancora a premere il pulsante per l’allarme silenzioso. Gli sparai un colpo dritto su per il cranio, il botto rimbombò a lungo tra quelle quattro pareti ora ritinteggiate di rosso. Pezzi di cervello erano finiti sul décolleté di Marta che ora mi guardava contrariata e scocciata.

Silenzio, per alcuni attimi solo meraviglioso silenzio, lontano era già l’eco del colpo.

“Cazzo era necessario? ERA NECESSARIO?” Fu lei a riattivare il circo, Marvin era diventato muto e gli sbirri attivi: lo sparo doveva averli allarmati un tantino dal momento che avevano appena placcato l’idiota fino a terra e gliele stavano dando di santa ragione per farlo smettere di sventolare la sua arma davanti alla loro faccia.

Uscii in fretta e sputai esattamente sul viso di una delle due guardie che ribattè piuttosto incazzata. “Pezzo di merda! Lascialo stare Dan, vieni qui, vieni qui!”
Morì in fretta, avevo una mira invidiabile e gli trapassai la testolina in men che non si dica. Il secondo era riuscito a bloccarmi agguantandomi alle spalle, aveva approfittato della mia distrazione dovuta allo sparo.
Dopo un paio di pugni lanciò con un calcio la mia pistola contro la schiena del ritardato che ora giaceva in terra dolorante. Marta sistemò con calma i soldi nella borsa, tirò fuori la beretta e si diresse all’esterno. Non fece in tempo a reagire però.

Marvin aveva preso il ferro da terra e si era alzato: lo reggeva con entrambe le mani, come aveva visto fare in un sacco di polizieschi. Piangeva mentre lo puntava alla testa del poliziotto che continuava a fare cenno di no.
“Ehi, amico, so che non c’entri niente. Non farti prendere dal panico, posa la pistola. Eh, amico?”
“Non sono tuo amico!”

Bang, grilletto premuto, cervello sui miei pantaloni. Un’altra vita spezzata.
Non parlo del poliziotto, no per dio, parlo di Marvin.
Non c’erano più anime innocenti tra noi, l’avevo detto, no?

“Tornammo a casa in gran fretta, sgommai e credo di aver preso anche un idrante di striscio mentre mi allontanavo da quella carneficina.
Marvin se ne stava in silenzio sul sedile posteriore, tremava, piangeva, si strofinava le mani come se avesse potuto così pulire via ogni colpa.

Marta intanto contava i soldi sul sedile accanto al mio:
“Cento, duecento, trecen.. Marv cazzo smettila di piangere così forte, mi fai perdere il conto.”

Annuiva ritardato Marv, i suoi occhi verdi mi ricordavano due biglie, crepate, screziate, distrutte in più punti. Lacrimava con lo stesso sguardo che avevo io, quando da piccolo avevo visto mio padre morire schiacciato da un treno merci.

Sono cose che ti segnano, certo.
L’episodio fu devastante per la mia infanzia: mia madre non aveva i soldi per mantenermi dunque cominciai a lavorare che avevo solo dodici anni. La stessa donna che ora mi maledice, un tempo mangiava grazie a me.
Immagino comunque di dovervi informare di un dettaglio prezioso:
mio padre, sotto quel treno, l’avevo spinto io.
E’ un segreto, lo so, ma chi se ne frega? Sto per morire.

La rapina in banca aveva dato comunque i suoi frutti: avevamo su per giù mille dollari da spendere in tonno, alcool e fumo; non c’erano testimoni oculari del colpo dunque la polizia brancolava nel buio più assoluto; Marv aveva smesso di piagnucolare. Dopo quella sera, infatti, era diventato taciturno e, le poche volte che ci concedeva di sentire la sua voce, parlava senza balbettare, come se quel colpo di pistola avesse improvvisamente messo in ordine ogni singolo tassello della sua inutile vita.

Ricordate il pacchetto di Marv? La copertina blu, il quaderno e tutto il resto? Beh, la mela era marcita e avevamo dovuto buttarla di nascosto, i cento dollari li avevamo spesi io e Marta per finire di pagare l’affitto del mese prima.

Il quaderno però no, quello continuava a tenerlo con sé, sotto il cuscino, assieme alla penna e alla copertina. Dalla sera del colpo l’idiota cominciò a scrivere, scriveva tanto, ogni momento era buono per scarabocchiare i suoi contorti pensieri fra quelle righe tanto precise. Noi lo lasciavamo fare, in fondo era il suo unico passatempo (oltre a quello di rompere le palle).

Avessi saputo cosa scriveva in quelle maledette pagine glielo avrei bruciato il giorno stesso il quaderno del cazzo,
ma non mi era mai interessato leggerlo,
almeno fino a questa sera.

– Giorno 1

Sono stato io.
Tu mi hai liberato ed io ho rimesso le catene ai polsi, sono stato io.
Non va bene. Non va bene. Non va bene. Non va bene. Non va bene.
Non va bene. Non va bene. Non va bene. Non va bene. Non va bene.
Non va affatto bene, non va bene.

[…]

– Giorno 5

Oggi è di nuovo bel tempo, là fuori.
Oggi un temporale imperversa tra i miei pensieri,
oggi come domani rimango imprigionato nella mia consapevolezza.
Non mi sento più degno, non lo sono più.

Mamma non sarebbe affatto fiera di me,
l’ho delusa, e ho deluso anche te. Perdonami.

[…]

– Giorno 7

Marta,
non credo di riuscire ad esprimere a parole quel che io provo per te.

Non è stato facile ammetterlo neppure con me stesso:
ogni carezza, ogni bacio, ogni lacrima versata stretto
contro il tuo seno mi dava forza. Sentivo qualcosa muoversi
dentro la mia mente confusa e offuscata. Non lasciarmi.

Ogni giorno mi domando se la vita che ho strappato
sarebbe potuta finire diversamente, magari in un letto comodo,
con il sole che filtra dalle tende chiare e una leggera brezza a smuovere
i capelli bianchi. O meglio ancora di notte, su una morbida poltrona
in pelle con ancora in mano un sigaro acceso e sulle labbra il sapore del vino.

Dimmi che mi ami, Marta.

[…]

– Giorno 12

Queste catene ai polsi non sono opera mia.
Il demonio si è insinuato tra i miei pensieri, mi ha spinto la mano.
Non è colpa mia, non è colpa mia, dannazione!

Oggi l’ho visto, ho visto ciò che ha fatto. Ti ha preso come un animale.
Tu non ti ribellavi ma io lo so che lo fai solo perché hai paura di lui.
Non sono più quel che ero amore mio, ti amo, lasciati salvare.
Ti prometto che saremo felici.
Non dovremo più rubare, troverò un modo io, non sono lui, non sono come lui.

– Giorno 13

L’ha fatto di nuovo, stavolta non ho sbirciato dalla serratura ma potevo sentire
le tue urla, so che provavi dolore e questo mi fa impazzire.
La mamma diceva sempre che chiunque riesca a ferire
senza remore non è una creatura di Dio. Lui è un demonio.
Io ho ferito, ma sento ogni giorno il senso di colpa strozzarmi il respiro.
C’è ancora posto per me in paradiso, Marta.
Ce n’è anche per te, ti porterò via da questo inferno.

– Giorno 14

Mi ricordo, finalmente ho chiaro nella mia mente quel giorno di tanti anni fa
in cui decisi che la vita non mi avrebbe più preso a schiaffi.
L’ho sognato, era tanto tempo che non mi capitava più.

La mamma diceva di amarmi, ed io le credo. Mi amava troppo, forse,
con troppa foga, con troppe mani, con troppe labbra.
Il suo amore era soffocante e molesto.
Con lei però ho imparato cosa avete, voi donne, di così speciale.
Il vostro fiore più nascosto, io l’ho visto, anche se lui pensa che io sia solo
un povero idiota. Ho diciannove anni e stampato nella memoria ho
un ricordo chiaro delle sue dita su di me.

Otto anni fa, Marta, decisi che sarei rimasto un bambino per sempre.
Ma ormai ho ucciso un uomo, sono libero, libero, ah, la libertà…

Ho notato il tuo sguardo, mio tesoro più prezioso. So che vuoi soltanto me.
Domani succederà, ho deciso. Niente più terrore, amore mio.
Per noi, soltanto un lieto fine.”

Stavo cercando le chiavi della macchina e spalancai distrattamente la porta della camera di Marv, mi guardai intorno tirando su col naso: tutto ben ordinato, meno una cosa. Il quaderno troneggiava stropicciato sul comodino.

Decisi di dargli un’occhiata, non volevo far nulla di male, solo guardare dentro quello sfigato del caz*o. Avrei voluto leggere qualche parola di ringraziamento, di stima, per averlo raccolto dalla strada ed avergli regalato un… Futuro?


I miei occhi scorrevano riga dopo riga, sempre più increduli, spalancati, un urlo silenzioso, rabbioso, mi usciva dalle labbra man mano che l’indice umidiccio della mano stropicciava l’orecchio di ogni pagina fino a strapparlo. Mi sentivo sporco, quel bastardello ci aveva spiati ogni sera, mentre facevamo l’amore, mentre tenevo con me ciò che era mio, MIO, tra le mie braccia, tra le mie mani, quel disgraziato…

Sono rimasto lì abbastanza a lungo da non accorgermi di ciò che stava accadendo di là. E’ stato il grido di dolore di Marta Dolce Miele a risvegliarmi dal torpore della scoperta, mi sono voltato sbattendo le ciglia quasi incapace di muovermi. Ho pregato un dio qualsiasi perché mi aiutasse a rimanere lucido, mi aiutasse a salvare l’unica donna che io avessi mai amato.

All’improvviso ritardato Marv è entrato in camera, mi ha visto, lì in piedi, immobile: il mio sguardo tradiva un sapere maggiore di quanto dovesse, la congiura si stava compiendo.

“MALEDETTO MARV.”

Il lampo che gli accese le pupille l’ho colto con chiarezza prima che il coltello che aveva tra le mani mi si piantasse nello sterno. Ed è qui che cominciava il mio racconto, ed è qui che finisce.

“Non è colpa mia! Non è colpa mia, dannazione!”

Urlava Marv, quanto urlava. Quanto urla.
Crollo a terra, lo sfigato toglie le dita dalla lama alzando le mani al cielo, tento di raggiungere l’uscita.

Non è semplice con un coltello da cucina nel torace, lo giuro.
C’è bisogno di risolutezza, volontà, resistenza… Tutte qualità che io non ho mai avuto.
Striscio pian piano verso il salotto, non c’è sangue, non c’è nessuno. Un vuoto silenzio che rimbomba nella testa insieme al pulsare della mia ferita, cazzo quanto brucia.
“Marta! Ma-marta.”

Continuo verso la nostra camera da letto, quanto ci siamo divertiti, eh bellezza?
Quanto ancora potevamo divertirci, amore mio.
Marta è sul letto, ha i polsi legati e il viso riverso su un lato.

“E’ viva, è viva”, penso, “posso aiutarla, posso farcela.”

Guardo meglio, mi aggrappo con tutte le mie forze al copriletto e quando riesco a sporgermi abbastanza per guardarle il seno mi accorgo della quantità di sangue che ristagna sul suo top bianco, senza maniche. Nonostante tutto, la trovo meravigliosa come un angelo,
un angelo caduto.

Mi lascio andare, non ho più voglia di combattere, in fondo questa è la fine che si merita uno stronzo come me. Vedo Marv seguirmi con un cacciavite tra le mani, gli sorrido e sputo un grumo di sangue poco lontano da lui.

Annuisce e si pianta l’attrezzo dritto nel collo, forse beccando in pieno un’arteria, o che so io, perché comincia a spruzzare rosso come un maiale prima del 25 dicembre. Un tripudio di liquidi ferrosi, di odori acri, di sporco, invade la stanza e l’aria che respiriamo. Non c’è rimasto molto da respirare, in effetti.

Siamo uno di fronte all’altro, sdraiati in una pozza comune, a guardarci dentro l’anima come due vecchi amici, come due fratelli, come l’omicidio più antico della Bibbia che si compie.
Eccomi qui, vi presento Caino.

Di nuovo, sorrido e lascio correre. Fa bene all’anima, bisogna sempre lasciar correre.

Storia: Gaia Paolillo
Photo: Gaia Paolillo

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