È così che doveva finire

«Smetti di correre così veloce, tanto non hai nessun posto dove andare. Ho idea che sarà una lunga notte, siediti e lasciamela raccontare. Puoi alzarti solo alla fine perciò piscia se devi, se non vuoi allora zitta e cominciamo. Sono più dolci i giochi quando non sei la sola a giocare, te ne accorgerai.» Il fuoco crepitava nel bel mezzo di quel falò improvvisato, i polsi cominciavano a farmi male, segati com’erano dalla corda che ci aveva messo attorno. Annuii senza espressione, qualcuno sarebbe prima o poi venuto a prendermi?

Il sole era calato ormai da ore e il cielo aveva assunto una colorazione nerastra e opaca. Notte di luna nuova: gli unici riflessi e giochi di luce si proiettavano sui tronchi e sulle foglie direttamente dal crepitio delle fiamme. Tentai di stiracchiarmi per quanto potessi, nonostante avessi piedi e mani legate. Feci cenno di no alla sua affermazione, non dovevo pisciare. Non avevo bevuto un goccio d’acqua dalla sera prima, la gola mi bruciava da morire. Iniziò a sbattere le ciglia come ipnotizzata, mi fissava, mi metteva a disagio, soprattutto per il suo sorriso: inquietante e inopportuno.
«Ti vedo da anni, ti vedo ovunque. Chiudo gli occhi, mi addormento e tu sei lì.»
Il mio sguardo doveva essere più eloquente del previsto perché la sua espressione si fece improvvisamente buia.
«Non ti ricordi di me, vero stronzetta?» Negai nuovamente con la testa, non avevo la minima idea di cosa stesse blaterando. Non sapevo nemmeno come accidenti ci fossi finita in quel maledetto bosco. L’ultima cosa che riuscivo a ricordare, oltre all’odio per il mio sconosciuto carceriere, era una canzone: una melodia senza parole, una sorta di motivetto romantico che mi riempiva i pensieri suonato da un carillon troppo distante. Tentai di accennare qualcosa tossendo e schiarendomi la gola, non riconobbi la mia voce così roca e profonda: «Dove siamo?»
Lei rise di gusto:
«Dove ci incontrammo la prima volta, alle porte dell’autunno!» Allargò le braccia e disegnò distrattamente un cerchio in aria. Teatrale la stronza, pensai. Mi sforzai di mandare indietro i pensieri, un rewind piuttosto complesso: mi sentivo come svuotata da ogni passato, a malapena ero sicura del mio nome.
«È stato divertente giocare con te. Sei più veloce di quanto pensassi. Ricordi quella volta, in riva al mare? Ti ho inseguito per ore… Avevi un vestito così bello! Forse poco adatto all’occasione, ma ti faceva sembrare una regina.»
Niente, buio totale.
«Mi hai drogato?» Rise di nuovo, la cosa stava cominciando a innervosirmi davvero.
«Niente droga, niente allucinazioni, niente di niente. Solo tu e io, dove tutto è cominciato...»
Mi si avvicinò rapida e con grazia mi posò una mano sulla testa, accarezzandomi i capelli con dolcezza.
«Farò in modo di restituirti tutto ciò che mi hai dato, ogni paura, ogni ferita, ogni dolore. Uno dopo l’altro…»
Sorrise: il suo viso era ora davanti al mio, le sue labbra ad un centimetro dalle mie. Fu un bacio innaturalmente delicato, inaspettato soprattutto. Le immagini davanti a me e dentro di me cominciarono a confondersi, non ero più in grado di tenere gli occhi aperti.

«Il mare è calmo oggi, la sabbia tende a scottare poco a quest’ora. Vieni a giocare con me, vuoi? Sarà divertente…»
Annuii, sorrisi: «Sarà divertente, si!» Cominciai a rincorrerla, inciampai diverse volte ma tornai in piedi abbastanza in fretta. Battevo le mani sulle cosce per pulire la gonna dai granelli bagnati. Era un panorama da togliere il fiato, l’orizzonte pareva avvicinarsi e allontanarsi ad ogni passo; sentivo in lontananza gli stridii allegri dei gabbiani che volteggiavano in gruppo su uno spicchio d’acqua per accaparrarsi una preda e placare la fame. Aveva un vestito così bello, a guardarla fuggire via mi sentii come davanti ad un capolavoro su tela. Così nobile, così candida, così distante. Caddi ancora, finendo dritta con il viso nella sabbia. Sputai e cercai di ripulirmi alla bene e meglio, ridevo, la cosa mi divertiva non poco. Quando rialzai la testa lei non c’era più, mi guardai intorno ma l’unica cosa che riuscivo a vedere era mare. Davanti a me e dietro di me la spiaggia, bianca e infinita; alla mia destra e alla mia sinistra una distesa d’acqua calma, immobile direi. Il vento non ne smuoveva le onde, la brezza cresceva sempre di più sollevando polveroni appiccicaticci di sabbia ma il mare, quello no, rimaneva lì impassibile. Un testimone fastidiosamente rigido della mia disavventura. «Dove sei?» Urlai, urlai davvero tanto. «DOVE SEI FINITA?» Non era lì, era stata più veloce di me. Era scappata via, non c’era più. Mi ritrovai a piangere come un’idiota, abbandonata in un luogo che non conoscevo e circondata dal nulla in ogni direzione.

«Finalmente. Buongiorno principessa.»

Mi guardai intorno intontita, il cielo cominciava a schiarirsi e le sagome del bosco diventavano mostri nell’armadio ai miei occhi. Cercai di spiccicare parola senza successo, strattonavo i polsi e le caviglie ma l’unico risultato che riuscivo ad ottenere era un dolore pungente poco al di sotto dell’epidermide. Alzai lo sguardo soffermandomi sulle sue mani, due lame ricurve con impugnatura tondeggiante. “Merda.” Pensai, incapace di esprimere a parole il disappunto, sbuffai più forte del solito: un animale in gabbia.
«Ti ricordi di me, ora?»
Marcò l’ultima parola come se significasse qualcosa di particolare. Spinsi così forte la mascella verso sinistra da sentire un “toc” poco rassicurante. Deglutivo a vuoto, la sete mi stava consumando e lei pareva piuttosto divertita da tutta la faccenda, in verità non mi sembrava che la sua espressione fosse cambiata dall’ultima volta che mi ero focalizzata sul suo viso. Sentivo gli animaletti diurni del sottobosco risvegliarsi, muovere le loro schifose zampette a qualche centimetro dalla mia guancia, dai miei piedi, dai miei vestiti, cazzo, CAZZO, che schifo.
«Liber…» Un suono piuttosto impreciso mi uscì dalle labbra schiuse, avevo mal di testa e i capelli erano impiastricciati di fango e foglie.
«Liberarti, dici? TU dovresti liberare me. Per. Quale. Motivo…» Ad ogni parola si avvicinava di nuovo, mi raggomitolai e cercai di abbracciarmi stretta: impresa piuttosto complicata con le mani legate dietro la schiena.
«…Invadi. I miei. Sogni!» Un calcio, in piena faccia, con il collo del piede; un dolore indescrivibile al naso, alla fronte, i muscoli pulsavano mentre un rivolo di sangue iniziò a scendermi fino alle labbra. Allungai la lingua, felice di assaporare qualcosa di liquido, seppure incredibilmente ferroso e denso. Mostrai i denti sporchi di sangue come una bestia incazzata, ringhiavo silenziosamente ancora incapace di capire.
«Non ti è bastato? Non ricordi? BENE, allora! Di nuovo! Proviamo… Proviamo quello della casa abbandonata, vediamo se quella tua testolina marcia riesce a fare due più due.»
Alzai gli occhi al cielo, cercavo di razionalizzare, capire dove fossi: un indizio, un indizio, un indizio.. Una statua. C’era una statua, come avevo fatto a non vederla? Una statua alata mi fissava da un angolo cieco, dietro un albero; riuscii a distinguerla dalle altre forme della foresta, così imponente, così bella… Mi persi per un momento in quel pensiero, giusto il tempo di rendermi conto di quanto lei fosse vicina. Prima che mi baciasse solcando con la lama destra il profilo della mia spalla ricordo il viso della statua, allarmato, febbrile. Un dolore caldo s’impadronì del mio lato destro del corpo, aveva tagliato dal tricipite in giù fino a poco sopra il polso. Strinsi i denti, la mia attenzione era tutta per l’angelo grigio. Il blocco di marmo si mosse, potrei giurarlo, portò l’indice alla bocca lentamente, spalancò gli occhi e tirando le labbra indietro fino alle orecchie mi zittì fino al prossimo risveglio.


Pareti scorticate, cemento che veniva via come pelle morta dopo una doccia calda. Carta da parati forse, riuscivo a sentirne con le dita solo i bordi. Accendi la luce, accendi la luce… Non lo trovo, non… Non riesco ad accenderla. Non c’è l’interruttore? Che razza di casa è una casa senza l’interruttore della luce dio santo? No! No, ecco, aspetta. “Click.” Nessuna risposta. Che non ci sia elettricità? No, no, una luce la vedo, è lì, in fondo alle scale. Non riesco… Sogno, sto sognando, non c’è luce dove la cerco ma c’è luce dove non sono. «Vieni qui! E’ buio, mi sento sola! Vieni qui!» E’ lei! Era lei. «Dove sei? Vengo a prenderti!» Cominciai ad avanzare a tentoni, braccia stese in avanti in cerca di appoggio e sicurezza: niente. L’intera stanza sembrava inghiottita dal buio più nero, un buio spaventoso ma non quanto quella luce fioca in cima ai gradini, al secondo piano. Dalle finestre non filtrava assolutamente nulla, polvere, aria, fasci di luna… Tutto sparito. Cominciai a respirare in maniera affannosa, c’era qualcosa di soffocante lì dentro, dovevo salvarla, prenderla e portarla via lontano. Riuscii a trovare una porta scavata nel muro, attraversandola mi trovai in fondo alle scale. Un sorriso spontaneo prima di cominciare a salire, uno scalino dopo l’altro, sempre più veloce. «Vengo a prenderti, resisti!» Un volto spuntò da destra, sorridente. «Stai con me, non lasciarmi sola.» Annuivo, pendevo dalle sue labbra e non sapevo perchè. Amore, forse era amore. Così bella, così… Bella… Avevo fretta di salire, la scala a chiocciola si avviluppava sopra e sotto di me stringendomi, mi sentivo un ratto preda di un’anaconda: per niente bella come sensazione, ma il premio che mi attendeva valeva ogni attimo di quel calvario: il caldo soffocante e innaturale, la paura, l’oscurità, le pareti malmesse che diventavano sempre più vicine, la stanza sempre più piccola, il soffitto sempre più basso, l’aria, mi mancava l’aria. «Vieni qui…» Un sussurro, mi misi a correre, scavalcai in fretta gli ultimi gradini ritrovandomi al piano di sopra. Ogni passo un rintocco a rimbombare nella testa. Camminavo nella sua direzione, l’avevo vista sparire in fondo al corridoio e seguivo la scia del suo profumo. Guardavo a destra e a sinistra, niente; una porta, un’altra, un’altra ancora, niente. L’ultima entrata non era socchiusa né spalancata: mi avvicinai senza prudenza, impaziente. Quando entrai nell’ultima stanza non trovai lei ma un enorme massa informe di capelli e spine, nere. Non come il buio che le avvolgeva, più nere, spiccavano sullo sfondo come contornate sapientemente. La creatura aveva un solo occhio e lo puntava implacabile su di me.
«NON DOVRESTI ESSERE QUI. NON DOVRESTI ESSERE QUI. NON. DOVRESTI. ESSERE. QUI.» Non riuscii a vedere la bocca fin quando una voragine non gli si aprì tra i grovigli di capelli, mostrandosi come un tunnel vorticante e puzzolente. Feci un passo indietro, con la coda dell’occhio continuavo a cercarla, senza successo. «Dov’è lei? Che le hai fatto!» Il mostro inclinò l’enorme testa sproporzionata di lato facendogli assumere un’inclinazione anomala, i lunghi capelli neri s’impigliarono nelle spine sul suo volto, se di volto si può parlare. Un gorgoglio indistinto mi raggiunse le orecchie, prima sommesso, poi via via sempre più forte fino a diventare assordante. Non stava borbottando ma ridendo, ridendo di me! «Non dovresti essere qui.» Fu l’ultima cosa che sentii prima di essere travolta da uno stridio spaventoso, sangue ovunque, lo vedevo davanti a me, dentro di me, sulle mie mani. Sangue ovunque e poi il silenzio.

Fui svegliata dal vento: sibilava sferzando le fronde degli alberi e mi feriva le guance. La statua non c’era più, Lei neppure; cercai di tirarmi su facendo leva sui palmi uniti ma mi accorsi di essere stata slegata. Mi stiracchiai a lungo, massaggiai le linee scorticate dei polsi e deglutii a vuoto per l’ennesima volta. La testa pulsava come colpita da centinaia di stimoli elettrici, istintivamente stesi le gambe: ormai libere anche queste.
Provai a tirarmi su e dopo qualche tentativo malriuscito riuscii ad essere piuttosto stabile. Il falò era ormai spento, solo qualche tizzone continuava a fumare sotto cumuli di cenere, e il silenzio che avvolgeva il bosco mi parve tanto innaturale quanto la mia visione precedente. Cominciai a camminare, potevo scorgere un sentiero sempre più largo farsi strada fra tronchi un po’ marci e foglie secche. Non era ancora il tramonto ma già riflessi rosa e arancio si distendevano stanchi lungo il profilo del bosco. C’era una sola domanda che mi frullava in testa: dov’è finita quella psicopatica del cazzo. Il progetto era semplice: riuscire ad arrivare in città, andare in centrale, denunciare quella stronza e tornarmene a casa per fare una doccia. Avevo il braccio appiccicaticcio per via del sangue di quella mattina – o almeno credevo fosse lo stesso giorno, non avrei potuto dirlo con certezza – e non vedevo l’ora di stendermi su un letto vero. Il sentiero, ormai sterrato e privo di fogliame, proseguiva voltando a destra per diverse centinaia di metri per poi concludersi con un bivio. Un bivio, in mezzo al bosco. Ottimo. Non avevo idea di quale fosse la strada giusta dunque mi affidai al caso. Andiamo a sinistra, non sembrava esserci niente di che preoccuparsi se non fosse che, dopo qualche decina di minuti mi accorsi che il bosco alle mie spalle sembrava richiudersi lungo la strada. Il tramonto era ormai al culmine e già il crepuscolo si faceva più insistente sulle pretese del sole. Rimasi un po’ intontita e lo stomaco non la smetteva di brontolare: dovevo uscire da lì. Non feci in tempo nemmeno a pensarlo che una mano mi si posò sulla spalla.
«Sapevo che mi avresti ritrovato, mi ritrovi sempre…»

Avvicinò la sua guancia alla mia e un ciuffo dei suoi capelli mi solleticò il collo. Feci per parlare ma la mano scivolò verso le mie labbra, premendo con forza.

«Shh… Esci dal mio sogno… ORA.»

Si scagliò contro il mio fianco e lo trapassò tutto d’un colpo con la lama ricurva che stringeva fino a sbiancarsi le nocche. Mi sentii come il personaggio di un thriller-horror, quello che muore in solitaria, assassinato in cantina. Andrà tutto bene, pensavo, andrà tutto a meraviglia. La mia maglia era completamente fradicia di sangue, d’istinto cercai di tamponare la ferita alla bene e meglio con scarso successo: la sentivo ridere, non si annoiava proprio mai eh.

«Lo senti il climax invaderti l’anima? Com’è bello ascoltarlo, potrei farlo per tutta la vita… Siamo all’atto finale principessa…»

Mi schioccò un bacio con dolcezza sulla guancia. Percepii ancora il motivetto, lo sentii tanto vicino da farlo diventare un tutt’uno con il mio flusso di pensieri. Chi lo spiegherà a mia madre? Sto morendo in un bosco, uccisa da una maniaca e, ribadisco, psicopatica del cazzo. Avrei dovuto leggere il finale di ‘Invisible Monster’, non ricordo più nemmeno dove fossi arrivata… Il motivetto. La musica, quella musica, si potrebbe morire sentendola. Quella musica… Mi accasciai a terra, priva di forze, priva di particolari reazioni, quasi priva di vita, in verità. La sera si sdraiava stanca sui miei occhi quasi chiusi, riuscii a sentire lei sussurrarmi all’orecchio.

«Riposa ora. E’ così che doveva finire.»

«Non mostra miglioramenti signora.»

Il medico si rivolse senza enfasi alla donna che le stava davanti, espressione triste, capelli in disordine, inerme.

«Abbiamo provato di tutto: la ragazza soffre di una particolare forma di depersonalizzazione. In genere questa forma di dissociazione è passeggera, il paziente si rende conto dell’irrealtà della sua situazione anche se non riesce inizialmente a combatterla.»

La donna continuava a fissarlo ad occhi spalancati, le pupille minuscole, pallida in viso. Annuì di tanto in tanto mentre lo specialista la invitava ad entrare nel suo ufficio aprendole la porta. L’ospedale psichiatrico era una bolla candida nel quale anime perse trovavano asilo: l’arredamento minimale, le finestre a doppi vetri, persino i pavimenti di linoleum beige chiaro davano una sensazione di pace per chiunque fosse psicologicamente sano. Nessuno seppe mai se i malati fossero dello stesso avviso.
«Abbiamo dovuto sedarla lievemente. Non faceva altro che parlare del bosco, del falò. “Il carceriere” la chiamava, l’altra proiezione di se stessa, raccontava di nuovo la solita storia. Interpretava le due versioni della sua personalità che dopo l’incidente non riesce più a conciliare.»
Il medico alzò le spalle e la signora deglutì di scatto, annuendo. Fece per dire qualcosa ma si interruppe, infilò una mano nella borsetta tirandone fuori un fazzoletto di cotone un po’ liso con su scritte le iniziali O.H. Il dottore si soffermò su quel particolare con la coda dell’occhio.

«Rivedere qualcosa di suo potrebbe aiutarla a stabilizzarsi? Le iniziali… Gliele ho cucite io quando era solo una bambina.»

Sorrise timida. Era una donna bellissima, dai lineamenti morbidi e la pelle candida. Capelli rossi, così come la figlia, due occhi castano verdi incastonati in una cornice di lentiggini.
«Non è mai stata colpa sua, dottore. Ha sempre avuto un’immaginazione particolarmente fervida, inquietante a volte. Ma erano solo le fantasie di una bambina…»
Il dottore annuì sprofondando stancamente nella sedia girevole, dietro la sua scrivania. Seduti uno di fronte all’altro, così diversi, entrambi cercavano le parole giuste per esprimere quel che avevano da dire.

«Le passerà, vedrà dottore. Nelle sue mani lei sicuramente…»
«Signora, non posso assicurarle niente. Io credo che le sue fossero più che storie infantili, potrebbe esserci una schizofrenia latente mai diagnosticata e mai curata.»

La donna cominciò a borbottare per poi sommessamente singhiozzare e lasciarsi sfuggire qualche lacrima. Annuiva meccanicamente mordendosi il labbro.

«Su, su, non faccia così. Starà meglio, la faremo stare meglio.»

Un corridoio illuminato da luci al neon, pavimenti di linoleum beige, muri bianchi. Due file di stanze, l’una speculare all’altra; in fondo, dall’ultima stanza, si spandeva una luce calda che andava a cozzare con il resto dell’ambiente. Un fascio luminoso proveniente dalla finestrella a vetri situata sulla parte alta dell’entrata; nella camera una ragazza sdraiata su di un letto. Capelli rossi, respiro affannoso, polsi legati da fasce e fibbie, un viso pallido e ricolmo di lentiggini. Nell’aria danzava un motivetto proveniente da uno stereo tenuto al minimo.
«Sto morendo in un bosco, è così che doveva finire. Sto morendo in un bosco, è così che doveva finire. Sto morendo in un bosc…»

«Continuare a ripeterlo ti farà solo sembrare ancora più idiota.»

Una ragazza perfettamente uguale alla prima, non fosse stato che per la coda alta che le raccoglieva i capelli rossicci: se ne stava seduta sul davanzale della finestra, dondolando le gambe e sorridendo sorniona.

«Non ti crederanno mai. Ogni volta la stessa storia: racconti di me, ti prendono per pazza, ti estranei, ti uccido e torniamo al punto di partenza.»
«STA ZITTA. Sto morendo in un bosco, è COSI’ che doveva finire.»
«STA ZITTA! STA ZITTA!» rideva “l’altra”, scimmiottando la gemella più fragile «Ho seguito il copione, non sei felice? Non ti crederanno, te l’ho detto. Ma ho una sorpresa per te. So come fermare tutto questo.»

Saltò giù dalla seduta inusuale avvicinandosi al letto con il sorriso sulle labbra.

Un urlo interruppe la pace dell’ospedale, alcuni pazienti cominciarono ad urlare a loro volta dalla propria stanza, altri a ridere, altri a dondolarsi nervosamente.
Quando le infermiere entrarono nella sua camera lei era ancora legata al letto, sdraiata sulla schiena, con la gola tagliata. Zuppa di sangue e ormai morta.
Aveva gli occhi spalancati, così come la bocca, come a voler dire ancora un’ultima parola, ma nessuno l’avrebbe ascoltata.

Non capirono come fosse potuto accadere ma si prodigarono ugualmente nelle solite cerimonie del caso.
«Si, signora, è riuscita a liberarsi e ha di nuovo tentato il suicidio. Purtroppo questa volta non eravamo pronti ad aiutarla.»
«Si, signora, ci dispiace veramente tanto, siamo addolorati per la sua triste perdita.»
«Certo, signora, certo, non si preoccupi. Ci occuperemo noi di tutto.»

Ciò che è strano, però, è che nessuno degli infermieri o dei dottori si accorse di un particolare della faccenda piuttosto curioso: dalla finestra della stanza, inspiegabilmente aperta, filtrava una piacevolissima e frizzante brezza.

Storia: Gaia Paolillo
Photo: Nel bosco by andreuccettiart on Deviantart

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