Il Cantico degli Spezzati.

Sentire, provare, cercare di sentire, sentire di sentire, qualcosa, qualsiasi, una cosa qualsiasi, a tentoni, nel buio, ciechi e aridi, nella notte più nera, nel giorno più luminoso, anche nell’estate più calda, sentire, qualcosa.

Toccare, allungarsi per raggiungere il risultato materiale di un’emozione, una qualsiasi, fosse anche la rabbia o la paura, circondati dal freddo e dal vuoto più aperto. Una voragine piena di niente che trascina le gambe sul fondo. Gelida acqua di mare che gorgoglia nella gola, strozzando la prima parola che affiora alla mente: spezzati.

Spezzati come una trave di legno, scheggiati e divisi, feriti e capaci di ferire senza nemmeno chiedersi se abbia un senso farlo. Affondare le radici in una terra che non ci appartiene ricordando come sarebbe stato, dentro la brezza del vento di primavera quando fuori c’è la luna e i cani abbaiano ai loro compari.

Ricordarsi di una risata in un bar quando la birra era un bisogno, quando vedersi e condividere era tutto e il contrario di tutto: avere ben chiaro nella mente l’accavallarsi delle stagioni, anche quelle più dolorose, anche quelle più serene. Sentire il meccanismo incepparsi, bestemmiare e mordersi e graffiarsi via tutto ciò che non si riesce a tenersi dentro, e poi rimanere vuoti con il sentore di qualcosa che è passato e che continueremo a cercare in ogni istante in cui ci si apriranno gli occhi.

Questa fame, questa continua ricerca di avere, avere sempre più occhi, sempre più mani, sempre più orecchie per sentire e mai per ascoltare, per ascoltarsi, forse. Questo divorare il mondo e divorarsi dentro, questo fuoco che è impossibile estinguere e che riempie il contorno tra i cocci dispersi tra la pagina di un libro e le note di una canzone.

Non è poi così male soffrire, non è poi così male sorridere.
Non è poi così male vivere, tutto sommato.

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2 pensieri su “Il Cantico degli Spezzati.

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