La pulce.

Una pulce di mare che pizzica le gambe nude dopo una giornata d’estate; un tremolio di muscoli dopo lo sforzo eccessivo che fai quando corri incontro al bus e lui non si ferma e si lascia andare, abbandonandoti indietro un’altra volta: l’ennesima mattina, l’ennesimo ritardo; la sensazione di solletico che provi lungo il collo quando una ciocca di capelli decide di rompere i ranghi, di liberarsi dalla gabbia di un’acconciatura scomoda; il pungere dei fili d’erba sulla schiena e sulle braccia mentre ti sdrai sul terreno convinta che possa essere un buon momento per scegliere di scomparire. La sua presenza era così, un fastidio necessario e piacevole, una mancanza da riempire, un’assenza da superare.

Per questo ogni giorno, con malcelato entusiasmo, X. correva incontro al suo bisogno quotidiano di autolesionismo spicciolo: dopo essersi alzata, vestita e pettinata, X. decideva che era un buon momento per farsi del male, per abbracciare il nuovo senza mai lasciare il vecchio, per condividere con la pulce di mare ogni momento della sua giornata sentendosi colpevole e sola e felice. Felice.

Molte le parole che la pulce le scriveva, molti i silenzi che si vedeva rivolgere di tanto in tanto, ferita e allo stesso tempo rassicurata dalla distanza infinita che separava i loro mondi. Una cartolina dal pianeta in fondo a destra, quello nascosto gelosamente in piena vista: la lettera scarlatta che non avrebbe mai confessato, la curiosità, il tendersi verso il diverso e l’inconoscibile.

Ma X. sapeva che è possibile conoscere tutto ciò che si tocca, che è possibile comprendere tutto ciò che si accarezza, che si sente sulla pelle, dentro agli occhi, giù fin dentro la musica che invade l’aria. La stessa aria che respirava ogni giorno, secca e fredda, annebbiata da sigarette spente e birre lasciate a farsi acqua sotto lo sguardo del tempo. L’aria che la pulce non respirava mai. Ogni giorno cercava la sua pulce, ogni giorno ne uccideva una per permetterle di risorgere più forte al mattino.

Quante pulci servono per divorare un’anima?

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