Minitale: Lo spazio della memoria.

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The Dancing Woman Willow – Adelidaw (aka Malachina)

Se ne stava china sul posacenere, con una sigaretta fumata per metà ancora tra l’indice e il medio. Un esemplare quasi consumato di tabacco che non bruciava più. Un sottofondo di musica d’altri tempi la cullava, seduta senza pantaloni al tavolo della cucina. Tutto intorno a lei non era cambiato di molto, più libri impilati tra gli scaffali e qualche mobile comprato a buon prezzo. La casa era sempre la stessa, vuota e silenziosa, di qualche anno prima.
Le note di un riff la riportarono indietro ad un altro tempo e un altro luogo, un sentiero tra i campi illuminati da distese di fiori gialli, una bambina ne coglieva uno e ne addentava il gambo zuccherino, sorrideva. Scelse quel ricordo rallegrandosi, sentendosi già meglio. La memoria è una regola infame, seleziona ogni volta con un criterio diverso la situazione da riportare al presente. Seleziona e scarta a suo piacimento quel che chi pensa vuol vedere o pensa di voler rivivere. Chiusa com’era in quella stanza, dopo ore di autocommiserazione, lasciava vagare lo sguardo al di là dei vetri sporchi della finestra. Il suo personalissimo orizzonte impattava contro le pareti del palazzo di fronte come a sottolineare la presenza della gabbia invisibile che si era edificata intorno a lei. Un microcosmo di forme e colori che si susseguivano giorno dopo giorno con pazienza esemplare, senza variare la loro misura o la loro saturazione. Forme familiari che rimandavano ad altre esperienze, ad altre vite. Qualcuno bussava alla porta ormai da un minuto buono, i tocchi rimbombavano nella sua testa come il presagio inquietante di un tamburo di guerra. Si alzò stancamente e senza voglia proseguendo verso l’entrata, dallo spioncino l’unica cosa visibile era il buio fisso e rigido della notte. Aprì senza pensarci, sperando di aver dato ospitalità all’uragano più potente che la civiltà umana avesse mai visto. Voleva che una raffica di vento la portasse via da lì, la proiettasse in un’altra realtà fatta di serenità e voci, voci allegre, voci arrabbiate, voci conosciute. Voleva un amico, qualcuno che sapesse tutto e non avesse bisogno di sentirsi raccontare nulla. Un amico che si sforzasse di amarla per quello che era, per quello che diceva, anche se spesso non era umanamente possibile. Voleva voci che appartenessero a qualcuno.
Qualcosa di simile al di là della porta la guardava con occhi ambigui indicando la strada al di là del suo mondo. Lei la seguì senza porsi domande, stretta e comoda nelle sue mutandine attillate, e in lontananza riusciva persino a vedere il mare. Iniziò a camminare lentamente con al suo fianco il suo nuovo compagno di giochi, attraversò sorridente strade conosciute che avanzavano strette lungo edifici moderni, parchi rigogliosi con altalene e scivoli roventi d’estate, alberi di limoni abbracciati da un profumo agre e piacevole. In lontananza riuscì a distinguere due figure chine sul terreno. Il suono piacevole e contagioso di una risata. Più avanti la spiaggia: sabbia fine e grigia smossa dal vento, ciottoli arrotondati  che rotolavano verso le onde trasparenti di un mare pulito e quasi per nulla agitato. Infradito colorate in basso, intorno a lei un gruppo di ragazzi divertiti. Continuava a guardarsi i piedi, divertita dai granelli di sabbia pronti ad insinuarsi tra le pieghe delle dita. Qualcuno le poggiò una mano sulla spalla. “Primo bagno insieme?” Questo diceva,  e lei continuava a sentirlo come un mantra. Scosse la testa per poi alzare lo sguardo. Quella voce stava tendendo una mano, quella voce poteva sorridere. Decise di seguirla e si sentì sprofondare in acque calde e piacevoli, sempre più giù, finchè il liquido non cominciò a soffocarla. Mani invisibili si stringevano contro il profilo del suo collo nudo, i suoi occhi spalancati, rossi e brucati dalla salsedine. C’era qualcosa che continuava a schiacciarla verso un fondo che sembrava non arrivare mai.
Fu l’angoscia a riportarla a casa, un sentimento conosciuto, familiare. L’ansia di fallire, l’inquietudine dell’ignoto, tutto questo la strappava al tocco violento del ricordo. Scacciò via il mare con un battito di ciglia. La cenere continuava pericolosamente a pendere verso il basso aggrappandosi con tutte le sue forze a chi l’aveva generata. La lasciò andare via bruscamente, alzandosi in piedi: davanti a lei il suo viso che la guardava con fare di rimprovero. Poteva vedere se stessa com’era, lì, bagnata fradicia e in mutande al centro della sua cucina. Dalle pareti gocciolanti una cornice era scivolata a terra rimanendo integra, senza che la forza di gravità riuscisse ad intaccare quella foto. Un odore pungente di agrumi si era diffuso nella stanza colorando tutto di giallo, una luce fioca si sprigionava dalla finestra prima ammantata dell’oscurità notturna. Sentiva la fatica accoglierla come in un sogno, accarezzandole la testa. L’allucinazione si faceva carne come il cristo, la geometria del reale negava se stessa collegando spazi e tempi con un filo sottilissimo e tagliente. La memoria tornava a dettare le regole del gioco, ripresentandosi come il fantasma del natale passato. L’esperienza pregressa influenzava i suoi passi e la guidava attraverso un mondo di possibilità che la tormentavano. “Finchè non si sceglie, tutto è possibile.”, come diceva Nemo. Lei decise di non scegliere, decise di ricordare. Ogni giorno, ogni notte, ricordare. Analizzare con pazienza ogni occasione persa, ogni scelta sbagliata, ogni litigio finito male. Decise di lasciare che la dimensione del passato inondasse ogni altro tempo esistente. Voleva ricordare. Un incubo al giorno, tutti i giorni.
La ricetta della felicità.

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