Racconto “Poco Credibile” – Fine.

Salve lettori, oggi vi posto l’ultima parte della mia narrazione a puntate.

I vari episodi del racconto vengono uploadati anche sul mio profilo Tsu sotto l’hashtag #RaccoltaPocoCredibile, QUI -> Adelidaw – Gaia Paolillo
Fatemi sapere se vi è piaciuto o meno e perché :) Buona lettura!

pococredibile

Photo by Gaia Paolillo

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Da EP. #9 a EP. #10

– Giorno 1

Sono stato io.
Tu mi hai liberato ed io ho rimesso le catene ai polsi, sono stato io.
Non va bene. Non va bene. Non va bene. Non va bene. Non va bene.
Non va bene. Non va bene. Non va bene. Non va bene. Non va bene.
Non va affatto bene, non va bene.

[…]

– Giorno 5

Oggi è di nuovo bel tempo, là fuori.
Oggi un temporale imperversa tra i miei pensieri,
oggi come domani rimango imprigionato nella mia consapevolezza.
Non mi sento più degno, non lo sono più.

Mamma non sarebbe affatto fiera di me,
l’ho delusa, e ho deluso anche te. Perdonami.

[…]

– Giorno 7

Marta,
non credo di riuscire ad esprimere a parole quel che io provo per te.

Non è stato facile ammetterlo neppure con me stesso:
ogni carezza, ogni bacio, ogni lacrima versata stretto
contro il tuo seno mi dava forza. Sentivo qualcosa muoversi
dentro la mia mente confusa e offuscata. Non lasciarmi.

Ogni giorno mi domando se la vita che ho strappato
sarebbe potuta finire diversamente, magari in un letto comodo,
con il sole che filtra dalle tende chiare e una leggera brezza a smuovere
i capelli bianchi. O meglio ancora di notte, su una morbida poltrona
in pelle con ancora in mano un sigaro acceso e sulle labbra il sapore del vino.

Dimmi che mi ami, Marta.

[…]

– Giorno 12

Queste catene ai polsi non sono opera mia.
Il demonio si è insinuato tra i miei pensieri, mi ha spinto la mano.
Non è colpa mia, non è colpa mia, dannazione!

Oggi l’ho visto, ho visto ciò che ha fatto. Ti ha preso come un animale.
Tu non ti ribellavi ma io lo so che lo fai solo perché hai paura di lui.
Non sono più quel che ero amore mio, ti amo, lasciati salvare.
Ti prometto che saremo felici.
Non dovremo più rubare, troverò un modo io, non sono lui, non sono come lui.

– Giorno 13

L’ha fatto di nuovo, stavolta non ho sbirciato dalla serratura ma potevo sentire
le tue urla, so che provavi dolore e questo mi fa impazzire.
La mamma diceva sempre che chiunque riesca a ferire
senza remore non è una creatura di Dio. Lui è un demonio.
Io ho ferito, ma sento ogni giorno il senso di colpa strozzarmi il respiro.
C’è ancora posto per me in paradiso, Marta.
Ce n’è anche per te, ti porterò via da questo inferno.

– Giorno 14

Mi ricordo, finalmente ho chiaro nella mia mente quel giorno di tanti anni fa
in cui decisi che la vita non mi avrebbe più preso a schiaffi.
L’ho sognato, era tanto tempo che non mi capitava più.

La mamma diceva di amarmi, ed io le credo. Mi amava troppo, forse,
con troppa foga, con troppe mani, con troppe labbra.
Il suo amore era soffocante e molesto.
Con lei però ho imparato cosa avete, voi donne, di così speciale.
Il vostro fiore più nascosto, io l’ho visto, anche se lui pensa che io sia solo
un povero idiota. Ho diciannove anni e stampato nella memoria ho
un ricordo chiaro delle sue dita su di me.

Otto anni fa, Marta, decisi che sarei rimasto un bambino per sempre.
Ma ormai ho ucciso un uomo, sono libero, libero, ah, la libertà…

Ho notato il tuo sguardo, mio tesoro più prezioso. So che vuoi soltanto me.
Domani succederà, ho deciso. Niente più terrore, amore mio.
Per noi, soltanto un lieto fine.”

Stavo cercando le chiavi della macchina e spalancai distrattamente la porta della camera di Marv, mi guardai intorno tirando su col naso: tutto ben ordinato, meno una cosa. Il quaderno troneggiava stropicciato sul comodino.
Decisi di dargli un’occhiata, non volevo far nulla di male, solo guardare dentro quello sfigato del caz*o. Avrei voluto leggere qualche parola di ringraziamento, di stima, per averlo raccolto dalla strada ed avergli regalato un… Futuro?

I miei occhi scorrevano riga dopo riga, sempre più increduli, spalancati, un urlo silenzioso, rabbioso, mi usciva dalle labbra man mano che l’indice umidiccio della mano stropicciava l’orecchio di ogni pagina fino a strapparlo. Mi sentivo sporco, quel bastardello ci aveva spiati
ogni sera, mentre facevamo l’amore, mentre tenevo con me ciò che era mio, MIO,
tra le mie braccia, tra le mie mani, quel disgraziato…
Sono rimasto lì abbastanza a lungo da non accorgermi di ciò che stava accadendo di là.
E’ stato il grido di dolore di Marta Dolce Miele a risvegliarmi dal torpore della scoperta, mi sono voltato sbattendo le ciglia quasi incapace di muovermi. Ho pregato un dio qualsiasi perché mi aiutasse a rimanere lucido, mi aiutasse a salvare l’unica donna che io avessi mai amato.

All’improvviso ritardato Marv è entrato in camera, mi ha visto, lì in piedi, immobile: il mio sguardo tradiva un sapere maggiore di quanto dovesse, la congiura si stava compiendo
.
“MALEDETTO MARV.”
Il lampo che gli accese le pupille l’ho colto con chiarezza prima che il coltello che aveva tra le mani mi si piantasse nello sterno. Ed è qui che cominciava il mio racconto, ed è qui che finisce.

“Non è colpa mia! Non è colpa mia, dannazione!”

Urlava Marv, quanto urlava. Quanto urla.
Crollo a terra, lo sfigato toglie le dita dalla lama alzando le mani al cielo, tento di raggiungere l’uscita.

Non è semplice con un coltello da cucina nel torace, lo giuro.
C’è bisogno di risolutezza, volontà, resistenza… Tutte qualità che io non ho mai avuto.
Striscio pian piano verso il salotto, non c’è sangue, non c’è nessuno. Un vuoto silenzio che rimbomba nella testa insieme al pulsare della mia ferita, cazzo quanto brucia.
“Marta! Ma-marta.”

Continuo verso la nostra camera da letto, quanto ci siamo divertiti, eh bellezza?
Quanto ancora potevamo divertirci, amore mio.
Marta è sul letto, ha i polsi legati e il viso riverso su un lato.

“E’ viva, è viva”, penso, “posso aiutarla, posso farcela.”

Guardo meglio, mi aggrappo con tutte le mie forze al copriletto e quando riesco a sporgermi abbastanza per guardarle il seno mi accorgo della quantità di sangue che ristagna sul suo top bianco, senza maniche. Nonostante tutto, la trovo meravigliosa come un angelo,
un angelo caduto.

Mi lascio andare, non ho più voglia di combattere, in fondo questa è la fine che si merita uno stronzo come me. Vedo Marv seguirmi con un cacciavite tra le mani, gli sorrido e sputo un grumo di sangue poco lontano da lui.

Annuisce e si pianta l’attrezzo dritto nel collo, forse beccando in pieno un’arteria, o che so io, perché comincia a spruzzare rosso come un maiale prima del 25 dicembre. Un tripudio di liquidi ferrosi, di odori acri, di sporco, invade la stanza e l’aria che respiriamo. Non c’è rimasto molto da respirare, in effetti.

Siamo uno di fronte all’altro, sdraiati in una pozza comune, a guardarci dentro l’anima come due vecchi amici, come due fratelli, come l’omicidio più antico della Bibbia che si compie.
Eccomi qui, vi presento Caino.

Di nuovo, sorrido e lascio correre. Fa bene all’anima, bisogna sempre lasciar correre.

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Per i più pigri di voi, presto arriverà il racconto intero su STORIE :)

Buona giornata e buona vita,

Gaia

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