Racconto “Poco credibile” – Seconda parte

Salve lettori, oggi vi posto la seconda parte della mia narrazione a puntate.

I vari episodi del racconto vengono uploadati ogni giorno sul mio profilo Tsu sotto l’hashtag #RaccoltaPocoCredibile, dunque chi volesse seguirli anche lì in anteprima (qui pubblico man mano quattro/cinque episodi per volta) può farlo QUI -> Adelidaw – Gaia Paolillo
Fatemi sapere se vi piace o meno e perché :) Buona lettura!

pococredibile

Photo by Gaia Paolillo

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Da EP. #5 a EP. #8

Imprecava urlando contro di me che ero lì sdraiato sul divano a bere birra. La sua voce era fatta di piccoli rasoi che tagliuzzavano con intenzionalità sezioni del mio cervello random, mi sfiniva, mi uccideva, riusciva persino a ferirmi, Marta. Dopo un minuto buono si accorse della presenza di Marvin che intanto era scivolato lungo la parete fino a sedersi a terra, piagnucolava ancora.

“E lui chi è? Tuo fratello scemo?”

Marta dolce miele, Marta la stronza.

“Lui è Marv. Era rimasto solo.”

“Ti sei messo a raccattare ritardati dalla strada? Non credo sia una buona idea gioia, dovresti prima trovare qualcuno che accudisca te. C’è puzza di piscio qui dentro, apri un po’ la finestra.”

Annuii senza rispondere e buttai giù un altro sorso. La birra è provvidenziale in questi casi: ti salva dal dire qualcosa di incredibilmente stupido.
D’improvviso Marta sembrò essersi calmata, un torrente che ritrova la sua pace e si lascia abbracciare dal mare. Camminava verso Marvin ondeggiando sui suoi tacchi alti, gli sbatté le cosce in faccia prima di accarezzargli la testa e chinarsi su di lui.

“Ciao Marvin, io sono Marta.”

“Ciao Marta, hai delle belle gambe.”

Scoppiammo a ridere in due a quell’affermazione: un malato mentale poco più che adolescente che non aveva visto per anni altri che sua madre, se ne usciva ora con un sorriso sornione post pianto e un complimento alla MIA donna.

“Vacci piano amico, o ti butto fuori a calci in culo.”

Annuì, sfigato Marv, sospirò e poi tacque. Era un idiota obbediente.

“Senti un po’ gioia…” Adoravo quell’appellativo: gioia. Mi faceva sentire speciale per un momento, un po’ meno stronzo, un po’ meno rassegnato. E’ difficile riuscire a focalizzare l’amore, a visualizzarlo con un’immagine o un simbolo. Per me l’amore erano le labbra rosse di Marta dolce miele, lei era l’amore.
“…Sono mesi che non ti vedo. Te ne sei andato al Frawn dicendo che tornavi presto.”

“Beh, qualche mese è comunque meno di mai.”

Marta alzò il dito medio al mio indirizzo e andò verso il frigo per farsi una birra. Marv era rimasto per tutto il tempo ipnotizzato, osservava le movenze di lei, il suo sculettare e ancheggiare da prima donna. Non c’era dubbio, si era innamorato. Errore, grosso errore, sfigato Marvin. Mai innamorarsi dell’amore.

“L’ennesima entrata in scena di Marta aveva innescato una serie di eventi infausti: sembrava stregare il mondo con la sua bellezza distruttrice e trascinare con sé ogni briciolo di serenità.

Ero stato licenziato dal mio ultimo lavoro: a quanto pare non sapevo pulire i cessi con professionalità, bella scusa per buttare fuori a calci l’ubriacone asociale di turno. Avevo voglia di bere e nemmeno un soldo in tasca, badare allo sfigato mi costava tempo e fatica e l’apatia continuava a smangiucchiarmi l’anima. A volte l’esistere ti porta al limite, lascia che tu possa guardarti intorno per bearti della tua insulsa vita frantumata in pezzi, non ti dà soddisfazione, ti spinge verso il basso come un bulletto che cerca di affogarti in una pozza d’acqua sporca.

Era limpido il cielo la sera che mi venne in mente l’idea: doveva essere un lavoretto pulito, due berette, una per me e l’altra per la mia crudele metà, e una bella mazza da baseball per Marv. Non ero molto convinto sul portarmelo dietro ma mi serviva un palo e lo sfigato strillava meglio di tutte le puttanelle che avevo conosciuto fino a quel momento. Rapinare una farmacia c’avrebbe svoltato il mese, per lo meno.

Marta dolce miele aveva recuperato una boccia di Jack così iniziammo a bere qualche bicchierino per riscaldare la serata. Entrammo in macchina carichi e col viso coperto, un po’ brilli e su di giri prima del colpaccio; sfigato Marvin era rimasto in silenzio per tutto il tragitto, seduto composto sui sedili posteriori della Gran Torino con un’espressione contrita sul volto.

“Ehi, amico, che ti prende? Hai paura per caso?” Mi veniva da ridere, l’alcool stava cominciando a pompare nelle vene e il nervoso aveva lasciato il posto ad un’adrenalinica isteria. “Dovrai solo controllare che non arrivino sbirri, e se dovessero comparire…” Lasciai volutamente la frase in sospeso, per assicurarmi che avesse capito.

“Dovrò picchiarli.” Rimase in silenzio per qualche secondo per poi riattaccare con la solita solfa. “Mamma dice che rubare è sbagliato. Mamma non vuole, amico. Amico, mamma mi punirà.”

“Andiamo, Marvin, dobbiamo pur mangiare, no? La mamma non si arrabbierà, non preoccuparti.” Lo accarezzò passandogli la mano sinistra tra i capelli biondi e sorridendogli materna. Marta, meravigliosa Marta, sapeva sempre come calmarlo. Non c’era rimasta nessuna madre a punire i nostri errori, eravamo orfani d’affetto e d’amore.

Per riuscire nell’impresa avevo scelto un obiettivo semplice: quartiere di periferia, pochi porci in divisa a pattugliare le strade, bottino presumibilmente onesto. Parcheggiai su Thoser Street, affiancandomi al retro della farmacia e prestando attenzione ai dintorni: non c’era un’anima, erano le tre di notte e la situazione scorreva liscia per me e per i miei compagni di bevute.

Marta dolce miele si portò sul davanti e bussò più volte sul vetro antiproiettile della finestrella dalla quale si intravedeva un ragazzotto dormicchiare.

“Mi scusi, MI SCUSI. Avrei bisogno.. Coff.. Avrei bisogno urgentemente.. Coff..” Un’attrice nata, si piegava in due dal dolore nemmeno avesse il diavolo e tutti i gironi in corpo, tremava, tossiva, si contorceva strofinando distrattamente il seno contro i vetri lerci.

“Oh.. OH. Mi.. Mi dica signorina.. Devo.. Devo chiamare un’ambulanza?” L’imbranato si risvegliò dal torpore notturno, gli occhi puntati sulle tette ipnotiche di Marta, deglutiva di tanto in tanto per ricacciare in gola quell’erezione inopportuna.

“No, no, posso soltanto entrare… Un momento e sedermi? Devo prendere.. Coff.. Alcune medicine, ce le ho segnate qui..” Tirò fuori dal reggiseno un fogliettino arrotolato, sbatteva le ciglia come un cerbiatto la maledetta. Il tipo annuì, aprendole la porta: fu allora che svoltai l’angolo e scivolai all’interno dopo di lei. Tenevo la beretta puntata alla tempia di quello che sembrava un coglioncello senza arte né parte. Ero già stato lì, nessuna telecamera a circuito chiuso, niente di niente.

“Vi.. Vi avverto. Se.. Se non andrete immediat..amente via.. Sarò costretto a.. A.. A chiamare la polizia!”

Balbettava, mi venne un sacco da ridere ma ricacciai indietro il divertimento per dedicarmi agli affari. Marvin mi aveva seguito ed ora se ne stava titubante e spaventato a far oscillare la mazza per aria davanti all’entrata.

“Maledizione Marv, così attirerai l’attenzione! Vai contro il muro e chiama solo se vedi sbirri. Inteso?” Marvin annuì.

Marta ed io cominciammo a prendere i contanti dalla cassa con l’incasso giornaliero, in più svuotammo il portafoglio del ragazzetto: in tutto 1000 dollari. Avevo avuto un’ottima idea, da queste parti si arrotonda con i tossici: Quaalude, Prozac, Lexotan..

Il farmacista chiude un occhio sulla ricetta e apre le tasche. Io apro le tasche del farmacista.

Sembrava andare tutto liscio prima che Marv cominciasse a gridare come un matto e a scalpitare muovendo a destra e a sinistra la mazza come fosse uno stendardo di guerra. Gli sbirri, come diavolo avevano fatto ad arrivare tanto presto?

Mi voltai verso il farmacista con due occhi poco rassicuranti.
“Pezzo di merda, li hai chiamati tu, eh?” Non rispose, piangeva. Il mio sguardo scivolò lungo il suo braccio fino alle dita della mano destra, nascoste al di sotto del bancone, intente ancora a premere il pulsante per l’allarme silenzioso. Gli sparai un colpo dritto su per il cranio, il botto rimbombò a lungo tra quelle quattro pareti ora ritinteggiate di rosso. Pezzi di cervello erano finiti sul décolleté di Marta che ora mi guardava contrariata e scocciata.

Silenzio, per alcuni attimi solo meraviglioso silenzio, lontano era già l’eco del colpo.

“Cazzo era necessario? ERA NECESSARIO?” Fu lei a riattivare il circo, Marvin era diventato muto e gli sbirri attivi: lo sparo doveva averli allarmati un tantino dal momento che avevano appena placcato l’idiota fino a terra e gliele stavano dando di santa ragione per farlo smettere di sventolare la sua arma davanti alla loro faccia.

Uscii in fretta e sputai esattamente sul viso di una delle due guardie che ribattè piuttosto incazzata. “Pezzo di merda! Lascialo stare Dan, vieni qui, vieni qui!”
Morì in fretta, avevo una mira invidiabile e gli trapassai la testolina in men che non si dica. Il secondo era riuscito a bloccarmi agguantandomi alle spalle, aveva approfittato della mia distrazione dovuta allo sparo.
Dopo un paio di pugni lanciò con un calcio la mia pistola contro la schiena del ritardato che ora giaceva in terra dolorante. Marta sistemò con calma i soldi nella borsa, tirò fuori la beretta e si diresse all’esterno. Non fece in tempo a reagire però.

Marvin aveva preso il ferro da terra e si era alzato: lo reggeva con entrambe le mani, come aveva visto fare in un sacco di polizieschi. Piangeva mentre lo puntava alla testa del poliziotto che continuava a fare cenno di no.
“Ehi, amico, so che non c’entri niente. Non farti prendere dal panico, posa la pistola. Eh, amico?”
“Non sono tuo amico!”

Bang, grilletto premuto, cervello sui miei pantaloni. Un’altra vita spezzata.
Non parlo del poliziotto, no per dio, parlo di Marvin.
Non c’erano più anime innocenti tra noi, l’avevo detto, no?

“Tornammo a casa in gran fretta, sgommai e credo di aver preso anche un idrante di striscio mentre mi allontanavo da quella carneficina.
Marvin se ne stava in silenzio sul sedile posteriore, tremava, piangeva, si strofinava le mani come se avesse potuto così pulire via ogni colpa.

Marta intanto contava i soldi sul sedile accanto al mio:
“Cento, duecento, trecen.. Marv cazzo smettila di piangere così forte, mi fai perdere il conto.”

Annuiva ritardato Marv, i suoi occhi verdi mi ricordavano due biglie, crepate, screziate, distrutte in più punti. Lacrimava con lo stesso sguardo che avevo io, quando da piccolo avevo visto mio padre morire schiacciato da un treno merci.

Sono cose che ti segnano, certo.
L’episodio fu devastante per la mia infanzia: mia madre non aveva i soldi per mantenermi dunque cominciai a lavorare che avevo solo dodici anni. La stessa donna che ora mi maledice, un tempo mangiava grazie a me.
Immagino comunque di dovervi informare di un dettaglio prezioso:
mio padre, sotto quel treno, l’avevo spinto io.
E’ un segreto, lo so, ma chi se ne frega? Sto per morire.

La rapina in banca aveva dato comunque i suoi frutti: avevamo su per giù mille dollari da spendere in tonno, alcool e fumo; non c’erano testimoni oculari del colpo dunque la polizia brancolava nel buio più assoluto; Marv aveva smesso di piagnucolare. Dopo quella sera, infatti, era diventato taciturno e, le poche volte che ci concedeva di sentire la sua voce, parlava senza balbettare, come se quel colpo di pistola avesse improvvisamente messo in ordine ogni singolo tassello della sua inutile vita.

Ricordate il pacchetto di Marv? La copertina blu, il quaderno e tutto il resto? Beh, la mela era marcita e avevamo dovuto buttarla di nascosto, i cento dollari li avevamo spesi io e Marta per finire di pagare l’affitto del mese prima.

Il quaderno però no, quello continuava a tenerlo con sé, sotto il cuscino, assieme alla penna e alla copertina. Dalla sera del colpo l’idiota cominciò a scrivere, scriveva tanto, ogni momento era buono per scarabocchiare i suoi contorti pensieri fra quelle righe tanto precise. Noi lo lasciavamo fare, in fondo era il suo unico passatempo (oltre a quello di rompere le palle).

Avessi saputo cosa scriveva in quelle maledette pagine glielo avrei bruciato il giorno stesso il quaderno del cazzo,
ma non mi era mai interessato leggerlo,
almeno fino a questa sera.

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Vi ricordo http://www.tsu.co/Adelidaw per seguirmi su Tsu e leggere in anteprima gli episodi successivi del racconto sotto l’hashtag #RaccoltaPocoCredibile!
Baci!

Gaia

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