Racconto: Sperduto – II Parte

creep_show_by_mafinha

Photo: creep show by mafinha on Deviantart

***

«…Quindi accadde che il burattino, stanco ormai di essere solo un pezzo di legno, decise di…»
«Vorresti che fossimo uguali?»
La domanda mi colse impreparato, interruppi la mia storia e guardai una delle bambole che mi fissava dal basso.
«Siete bambole, io sono umano. Pinocchio è soltanto una favola, non è possibile essere… Uguali.»
«Si che lo è.», una voce cavernosa e profonda mi rispose dal fondo della stanza. «Carne, ossa, tessuto, sabbia…Credi davvero che la sostanza abbia qualcosa a che fare con la forma? Anima, quella si che è importante.»
Una mano aprì il mio armadio dall’interno e ogni mio terrore divenne reale così come il sudore che mi colava freddo sulla fronte. Non riuscivo a parlare, mi schiacciai contro la parete alle mie spalle cercando invano di dare un termine all’incubo. La voce rise prima di diventare una figura riconoscibile ai miei occhi.
«Provi terrore, si?», sembrava sorpreso, «Senti le gambe tremare, la testa pulsare, i piedi avvertono lo stimolo di correre via? Stai morendo… Di paura?»
Continuavo a fissarlo e le bambole a ridacchiare bisbigliando tra loro.
«Questo è solo un sogno, tu non sei reale per me.»
«E tu, invece, sei molto, molto speciale per me.» S’indico teatrale sorridendo: aveva un viso inquietante, pallido e solcato da numerose cicatrici, un cappello a tesa larga sulla testa e una smunta pelliccia rovinata senza maniche, gettata all’apparenza in maniera casuale sulle spalle.

«Ti piace stare con loro, si? Ti senti meno solo, si?»
Annuii senza dire una parola, la gola si era seccata all’improvviso.
«Me ne andrò presto. Devi solo dirmi se ti piacerebbe far compagnia alle tue bambole anche alla luce del sole, non solo la notte. Potrebbero giocare con te in ogni momento, si… Senza dover attendere il… Sonno, si.» Rise per poi schiarirsi la voce.
«Avere un cuore d’oro, essere liberi… Vivrai i tuoi giorni più felici, insieme alle tue piccole bambole, si?» Le additò come un padre fiero farebbe con sua figlia.
«Se accetterò te ne andrai via?» Cominciavo a pensare che non fosse poi una cattiva idea: erano cinque, avrei dovuto trovare un modo per sfamarle ma tutto sommato potevano essere d’aiuto, farmi compagnia… La figura annuì e sorrise mentre mi porgeva la mano mostrando denti ingialliti ma dritti e appuntiti.

«D’accordo, mostro nell’armadio.» Mi allungai in avanti, facendomi forza, per sancire il patto. Quando l’ombra strinse il mio palmo sentii una fitta al cuore, mi voltai verso le bambole sforzandomi di sorridere ma quelle giacevano sdraiate sul letto, prive di qualsiasi vitalità.
«Cosa… Cosa hai fatto?»
«Sono sempre stato io, loro si sono arrese molto tempo fa. La tua richiesta verrà esaudita, piccolo idiota sperduto. Tu mi hai chiesto di farvi uguali ed io porterò a termine il patto.»
Sentii pian piano il mio cuore rallentare, era una sensazione strana, stringente, come di carne che comincia a marcire.
«Prima però», fece il mostro, «dovrai ricordare.»
E ricordai. Tutto sembrò farsi più limpido nella mia mente di bambino, oh si, avevo dimenticato di accennartelo, avevo solo dieci anni. Ricordai perchè ero rimasto solo e mi sembrò che tutto avesse un senso. Le giornate senza cibo – tutte, in verità – e le finestre rotte, la casa era in rovina… Non ci avevo fatto caso. Le porte erano tutte aperte perchè non riuscivo a chiuderle, non potevo, non era fisicamente possibile. Ricordai l’incidente in barca con i miei genitori, il temporale, mia madre che mi teneva stretto fin quando l’acqua non ci sommerse tutti; riuscivo a riportare alla mente quell’emozione che cresceva dentro di me ad ogni sorso d’aria in meno che mi riempiva i polmoni. Ero morto e non riuscivo a trovare di nuovo la voce di mia madre che raccontava la sua ultima favola e cercava di sovrastare il fragore dei tuoni, di tranquillizzarmi nell’ultimo momento utile prima di abbandonarsi alle profondità. Ero morto e sperduto fra i vivi.

«Adesso sai perché sei così speciale. Mai prima d’ora ero riuscito a legare un fantasma ad una bambola, piccolo idiota.», rideva di gusto, ogni fragorosa risata mi faceva contorcere le dita delle mani in spasmi incontrollati, il mio cuore stava pian piano indurendosi, marcio e nero lo sentivo inspessirsi come cuoio. «Prima di rubarti l’ultima cosa che ti rimane, l’anima s’intende, si? È mio obbligo recitare le clausole del patto. Per poterti liberare dovrai convincere qualcun altro a prendere il tuo posto; ogni giorno sarà per te un’eternità di dolore e afflizione, rinchiuso nel tuo involucro di pezza…», rise di nuovo, di botto, non si fermo finchè alcune lacrime di gioia non gli solcarono le cicatrici sugli zigomi, «Perdonami, perdonami. Questa parte mi fa sempre sbellicare. Potrai arrenderti quando vorrai e da quel momento diventerai una delle mie cicatrici, non sentirai più dolore e non potrai rivedere nessuno dei tuoi cari, nè qui nè all’altro mondo. Ah, per sempre s’intende. La cosa positiva è che potrai contribuire al mio potere, fornendomene di volta in volta con la tua succulenta.. Tristezza! Tutto chiaro?»

Deglutii a vuoto, non sentivo più la consistenza del mio corpo, l’aria e la realtà attorno a me non erano più nemmeno lontanamente palpabili. Le mie mani si erano sgretolate così come il mio viso, solo due parti di me erano rimaste: il cuore, ormai duro come il marmo, e gli occhi, vitrei e neri. Potevo guardarmi dall’esterno e non mi ero mai sentito così perso.

So che avrei dovuto dirti tutto questo prima ma non potevo farlo, tu mi capisci, vero? Volevi una favola ed io te l’ho data.

La bambina mi guarda e annuisce, la mia mano di stoffa tocca la sua mentre il mostro sbircia dall’armadio, riesco a percepirlo. «Sono rimasto intrappolato in questa forma per troppo tempo. Giorni lunghi un’eternità, settimane, mesi, anni! Anni… Temevo di impazzire.»
«Non… Voglio diventare come te…», la sua voce è così delicata, così stridula, proprio come quella delle mie vecchie bambole di pezza. Povera piccola.
«Non è quello che dicevi poco fa, però…» Sorrido inquieto: mi sorprendo di quanto io sia cambiato. Ormai ho più di cento anni e cento ancora ne avrei passati ridotto così se non fosse arrivata Amandine.
«Mi avevi detto che saresti diventato come me, non il contrario!»
«Ah ah, dolce, tenera Amandine. Ho solo detto che saremmo stati uguali. Forse ho mentito sullo stare insieme, in effetti… Devo andarmene di qui, mia madre mi aspetta.» Sento il cuore della bimba che mi si sgretola davanti agli occhi, questi occhi vitrei che continuo ad odiare, con cui fisso il mondo e fisso me, intrappolato, ingabbiato! Ma ora non più, non più.
Quando il cuore di Amandine diventa d’oro non posso più toccarla, sfumo, divento nebbia che si disperde in questa cameretta così fottutamente rosa.
«Ho vinto io, mostro dell’armadio.»
«Davvero?»
Mi guardo intorno senza occhi, mi tocco senza arti, mi perdo ancora. Tutto ciò che riesco a vedere è una bambola, delle mani che la prendono e un ticchettare di passi verso un antro buio. Sanguino, non sono io, non sono io, mi sto agitando ma non sono io.
«Come si sta sulla mia faccia, eh piccolo idiota?»

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