Racconto: Sperduto – I parte

Salve lettori,
ho passato gli ultimi due giorni in piena crisi creativa e poi oggi zac! L’ispirazione ha bussato alla porta, anche grazie alla collaborazione del mio migliore amico ( al quale il mio racconto è dedicato :) ). Dunque eccovi un altro racconto un po’ creepy, scusate la ridondanza di genere ma credo di aver trovato la mia strada (per ora). Buona lettura!
[ Domani la seconda parte e nei prossimi giorni tornerà Ossessioni Seriali con GOT e forse con un’altra sorpresa :) ]

***

All_In_A_Gray_Afternoon_by_Scootchmuffin
Photo: All In A Gray Afternoon by Scootchmuffin on Deviantart

Osservavo ogni giorno, per molte ore al giorno, un enorme giardino fiorito: cespugli di azalee e ortensie confondevano i loro colori con la tenacia brillante dei fiorellini di campo, i sempreverdi costeggiavano il vialetto di casa fino al cancello in ferro, la pioggia al mattino bagnava le fronde dei pioppi più alti lasciando che l’acqua scorresse al suolo ricreando cascate e torrenti che finivano per disperdersi nell’aria. Sbirciando dalla mia finestra esaminavo tutto con fare scientifico, con lo scopo di ricreare ogni immagine su carta. Tiravo fuori la lingua, pignolo, strappavo un foglio dall’album e disegnavo: non c’era nulla di più importante. Di certo non mi era mai capitato di essere a corto di pastelli. Infatti, seppure il verde e il rosso risultavano oltremodo consumati più degli altri, ne avevo pronta una scorta ben fornita nel primo cassetto della scrivania.

Qualcosa, quel mattino, continuava a turbarmi: un ronzio, un rumore, un fastidioso strascico echeggiava sordo lì intorno. «Accidenti!» Spezzai il pastello giallo a metà, contro il foglio, arrabbiato e frustrato per aver sbavato un contorno nel disegnare una primula aperta.

«Non c’è nessuno qui in casa» pensavo, «solo io e il mio giardino. Non c’è nessuno.» Mi alzai senza troppa voglia dalla mia postazione e andai ad aprire la porta. In tutta la casa regnava un silenzio quasi innaturale, a suo modo piacevole, e dalla mia visuale ogni cosa sembrava al suo posto: le porte, rigorosamente aperte, tranne quella della mia camera, non cigolavano; le tende lasciavano che la luce inondasse il salotto di rinnovata armonia; le finestre immobili permettevano al vento di insinuarsi senza problemi. Un particolare mi saltò all’occhio, attento com’ero: un angolo che si presupponeva dovesse essere illuminato, risultava orribilmente buio. Mi precipitai giù per le scale, saltellando e prestando attenzione, fino a scoprire il perchè di quel terribile evento: una delle porte era stata chiusa. Fui assalito da un terrore indescrivibile, qualcuno era entrato, qualcuno sapeva. Mi feci coraggio avanzando verso la maniglia e lasciai che la serratura scattasse con quell’improponibile frastuono: la stanza era scura, le tende tirate, davanti a me l’ignoto prendeva il sopravvento e mancò poco che mi si fermasse il respiro nel vedere quanto l’oscurità potesse cambiare quel luogo che conoscevo ormai così bene. Deglutii a vuoto, camminando all’indietro, spinto da un panico cieco che non riuscivo a controllare. Due occhi di vetro mi fermarono: brillavano fissandomi, forse sfiorati da una luce della quale non mi ero accorto; facendomi coraggio aprii le tende e quanto fu grande la mia sorpresa! Una fila di bambole su di un baule guardavano l’entrata con la testa reclinata da un lato; ero sicuro di non averle mai viste ma ero contento di averle trovate, perciò le presi tutte e cinque e tenendole fra le braccia le portai con me. Mi richiusi in camera, non più interessato al giardino, e cominciai a parlare con le nuove amiche che mi ero fatto.

«Come siete arrivate qui?»
«Qualcuno deve avervi gettate via, vero?»
«Una bambina, magari?»
Non ci volle molto prima di innervosirmi per la mancata risposta ad ogni mia domanda: erano bambole, pupazzi di pezza, e non potevano tenermi compagnia. Una volta appurato questo, ricominciai a disegnare fino a sera.

Non avevo mangiato niente e lo stomaco brontolava più del solito: niente cibo in casa e così dormii per combattere la fame. La luce sul comodino proiettava ombre conosciute e rassicuranti sulla parete di fronte, tutto era come doveva essere: tranquillo e con la pace nel cuore salutai le mie bambole, in fila sulla scrivania, e chiusi gli occhi: la stanchezza ebbe la meglio e mi lasciò scivolare in un sonno sereno e senza sogni. Doveva essere poco prima dell’alba quando aprii gli occhi e mi ritrovai davanti il viso della prima bambola, quella con gli occhi di vetro. Per poco non saltai giù dal letto nel vederla sorridere contenta.
«Finalmente sei sveglio!»
«Si, finalmente!», le facevano eco le altre, in fila sul letto.
«Sto sognando» fu la prima cosa che mi venne in mente, «e le bambole non possono parlare», mi sforzai di chiudere gli occhi e riprendere sonno per riuscire a svegliarmi davvero, ma il frastuono delle loro vocine stridule non mi permetteva di dormire.
«Vieni a giocare con noi!»
«Si, vieni, vieni!», un coro oltremodo fastidioso rendeva inutile ogni mio tentativo di tornare alla realtà.
«Beh, almeno ho l’occasione di parlarvi», ero evidentemente nervoso ma cercai di non darlo a vedere, «Come siete arrivate qui?»
«Siamo sempre state qui.», era sempre la prima a parlare, forse forte di un qualche titolo in una gerarchia che non conoscevo.
«Vivo qui da molto tempo e non vi ho mai visto.»
Sorrise, il pupazzo. «Perchè non hai guardato bene.»

La conversazione di quella notte fu tutto sommato piacevole per uno come me, che non poteva mai parlare con nessuno. Era contro ogni logica, certo, ma mi faceva stare meglio perciò assecondai i miei deliri onirici fino a che le mie palpebre non decisero che poteva bastare. Mi risvegliai il mattino dopo, estremamente riposato: le bambole erano in ordine sparso sul letto, occhi aperti, immobili, vitrei. Decisi che era stato un episodio di sonnambulismo, ne avevo sentito parlare tempo prima da mia madre: le persone si alzano durante il sonno senza rendersene conto, guardano, esperiscono, vivono mentre dormono e pensano di essere svegli. “Poco male”, pensai, “mi è capitato di peggio”.

La chiacchierata con le bambole si ripeteva ogni notte: non mi sentivo più solo, ero stranamente felice. Felice di aver trovato qualcuno con cui parlare e che non mi attraversasse con lo sguardo come tutti gli altri facevano, qualcuno che mi guardasse davvero seppur durante i sogni. Erano giorni duri, la pioggia non smetteva di cadere, temporali e tempeste si abbattevano sul giardino dal mattino presto e continuavano fino a quando l’oscurità non divorava ogni cosa. Nonostante questo, comunque, ero felice che calasse il buio.
Quella notte in particolare sembrava in principio solo una delle tante, le bambole in fila sul letto volevano come sempre una favola ed io ne conoscevo abbastanza da non ritenere difficile occupare quegli incontri. I sogni cominciavano a sembrare più autentici della realtà stessa, i colori più vividi, i suoni più definiti: non lasciavo più ogni porta aperta, le avevo chiuse tutte, non avevo più paura.

…Spero che questa prima parte vi sia piaciuta :) Domani la seconda, aurevoir!

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4 pensieri su “Racconto: Sperduto – I parte

  1. L’unico termine che riesco a trovare per descrivere questo racconto è:
    Strano.
    Ma strano in senso positivo, nella parte dove il protagonista apriva la porta per poi trovarci le bambole, sentivo il cuore battere più veloce. Non avevo idea di cosa ci potesse trovare dentro. Di quale cosa malata eri riuscita a pensare.
    Poi ho letto bambole.
    Bambole? E subito mi sono venute in mente le immagini più horror e creepy di bambole di porcellana e cose brutte dei film horror. Strano perchè mi sarei aspettato di tutto, tranne che delle bambole in quella stanza. Complimenti!

  2. conosco un pò di persone che hanno una sorta di repulsione/paura delle bambole…l’ho sempre vista come un problema del loro subconscio nell’affrontare le differenti parti di se.
    Complimenti, davvero interessante :)

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