Melody Clues #1

Melody clues2Buongiorno a tutti, come state? Spero che l’introduzione di Ossessioni Seriali di ieri vi sia piaciuta :) Con grande probabilità replicheremo con Game of Thrones appena uscirà il 5×04 e cercherò anche di introdurre nuove serie tra cui una che ha come protagonista un alieno (spoiler :P) e un’altra che devo ancora inquadrare bene ma sembra sufficientemente figa (ed ha a che fare con un premio oscar: spoiler twice). Dal momento che ultimamente riesco ad avere un po’ di respiro ho pensato di sbizzarrirmi con gli appuntamenti settimanali che riguarderanno principalmente passioni condivise da noi tutti (nerd e meno nerd, non vi sentite esclusi). Oggi andiamo dunque ad esplorare una di quelle più sincere e durature: la musica. Suonata, ascoltata, letta e condivisa, la musica unisce e accomuna, scatena battibecchi, discussioni, persino litigi qualche volta che si concludono quasi sempre in un “Ok, allora ascoltiamo questa roba qui che piace ad entrambi”. E’ da molto tempo che volevo introdurre questa rubrica ma non ho mai trovato il tempo di farlo concretamente e quindi finalmente eccovi Melody Clues che approda su Malachina nello specchio :) Ci saranno canzoni o artisti che voglio consigliarvi perché esordienti o non molto conosciuti, altri che voglio assolutamente farvi ascoltare perché mi hanno accompagnato in un preciso momento della mia vita, altri ancora, magari famosissimi, che semplicemente voglio commentare insieme a voi per condividere un ricordo o un attimo particolare della vostra e della mia avventura (ora mi sento un po’ Bilbo Baggins ma va beh).

1 – Blue October – Sound of Pulling Heaven Down
I Blue October sono un gruppo statunitense alternative rock, originario del Texas, del 1995. Oltre al fantastico sguardo di Justin Furstenfeld (voce) truccato più del mio, cos’avranno mai di buono? Parecchie cose. Voglio segnalarvi l’album Foiled e in particolare il brano Sound of Pulling Heaven Down. Questa canzone è stata fondamentale per me: ha accompagnato i miei passi per quasi sette anni durante la terribile piaga dell’adolescenza e continua tutt’ora (durante l’infausta afflizione dell’età adulta). L’aura sognante che avvolge le strofe unita al ritmo cadenzato del ritornello creano, riuscendoci a pieno, quell’atmosfera onirica e sfumata che si respira già nelle primissime battute del testo.

“Somewhere, far away from here,
I saw stars, stars that I could reach.
It was a midnight, a silent twilight,
fell down, beyond the ocean beach. […]”

La canzone vi prenderà la mano trascinandovi verso un mondo cupo e piovoso da dove, grazie al potere liberatorio e terapeutico della vostra rabbia finalmente espressa a dovere, riuscirete a fuggire: via verso nuovi lidi soleggiati e meravigliosi! Troppo poetico? Dite? Beh, che ve devo di, sarà ancora l’influenza patemica della sedicenne che vive dentro il mio cervello e non fa altro che starsene sdraiata sul letto con le cuffie nelle orecchie.
Dunque stelle, oceano, romanticismo ma anche un pizzico di sana follia liberatoria.

“I’m reaching farther than I ever have before!
– Tired of wasting time –
Leaving all who broke your heart upon the shore.
– Tired of wasting time –
I may be some sort of crazy,
we may be some sort of crazy,
but I swear on everything I have and more…”

Detta così potrebbe apparire banale ma vi consiglio di dare un ascolto nel complesso. Magari all’inizio vi sembrerà comune, niente di speciale, ma dopo qualche ascolto capirete cosa voglio dire (certo forse la mia emotività aiuta).

“You make the sound of pulling heaven down.
You brought the rain’s romantic pour.”

Questa frase mi ha sempre steso. Me lo sono sempre immaginato, qual è il suono che si sente quando il paradiso viene tirato giù. Senza voler essere blasfema (si, strano, lo so), io ho davvero provato a farmi un’idea di come farebbe quella musica lì… Il rumore che comincerebbe a rimbombare tirando giù il cielo. La conclusione alla quale sono arrivata è che sarebbe esattamente come la melodia di questa canzone.

Fate i bravi e cliccate sul video sottostante dei Blue October, dunque.

2 – ON|OFF|MAN – Dichotomy
“Che roba è?” Un gruppo che vi spettina i capelli senza chiedervi scusa. Gli ON|OFF|MAN sono una band bolognese nata nel 2011 sotto mentite spoglie (Jagoda Experiment), il loro genere è un miscuglio sperimentale di elettronica, rock e progressive. Si, lo so, potrebbe sembrare un’accoppiata azzardata ma risulta oltremodo vincente: basta ascoltare un paio di pezzi tratti dall’album Giant Backsteps per essere teletrasportati in un’atmosfera dalle tonalità creepy e psichedeliche. Volete che vi dica di cosa parlano i loro testi? Non posso. Questa è musica strumentale, suonata e interpretata magistralmente da ogni membro della band anche se rimane d’obbligo fare un plauso ad uno dei batteristi più bravi che mi sia mai capitato di sentire dal vivo e non, Alessandro Orefice.
Dichotomy è un climax ascendente di inquietudine e astrazione del suono che si intreccia a melodie e sonorità armoniose, sembra continuamente portare l’ascoltatore ad una conclusione positiva per poi lasciarlo a metà sul confine fino a quando, sul finale, non accade l’inevitabile: l’immagine di una folla sempre più grande, persone che uniscono la loro voce e urlano, urlano forte. No, non sono pazza e lo ribadisco: non ci sono parole ma meglio, molto meglio così. Questa è una canzone che non ha alcun bisogno di presentazioni né di un frontman che ne decanti le tematiche, è perfetta. Il ritmo serrato e incalzante e le sensazioni surreali che trasmette ne fanno un gioiellino del progressive italiano. Ascoltatela sul loro canale ufficiale di Youtube:

Non posso però parlarvi di Giant Backsteps o degli ON|OFF|MAN senza fare riferimento anche a The Core: quando l’ascolterete e guarderete il videoclip capirete perché ma nel dubbio quattro parole ve le scrivo. The Core è un oceano nero in cui perdersi, uno stravolgente viaggio all’inferno, ma non lasciatevi spaventare: ascoltatela e guardatela fino all’ultimo. La disumanizzazione dei personaggi del videoclip è si ispirata al genere fantascientifico con qualche contaminazione horror ma in verità risulta emblematica di un ecosistema sempre più attuale popolato da creature non troppo diverse tra loro, accomunate da una strana percezione di sé e degli altri, che diventano con il passare del tempo servi assertivi del sistema. I grovigli di cavi, la solitudine del letto d’ospedale, l’uomo gobbo e deforme collegato tramite bocca e occhi ad un dispositivo elettronico restituiscono l’idea di un’inquietudine diffusa e quasi materiale (visto che viene declinata in maniera così soffocante da apparire figurativamente come un insieme di pareti altissime, o meglio blocchi spigolosi e imponenti, che si costruiscono e decostruiscono attorno al protagonista della clip). Il video esprime quindi al meglio il mood comunicato dalla musica e dal pezzo, assordante, ticchettante, forse quasi nostalgico, d’ispirazione apparentemente lovecraftiana, tratto che contraddistingue tutti i brani dell’album, canzone più canzone meno. Insomma comprate Giant Backsteps per scoprire se davvero l’umanità abbia fatto passi da gigante.
Ah, e ascoltateli: meritano meritano meritano tanto.
Videoclip di The Core tratto dal canale ufficiale di Areasonica Records, etichetta discografica della band:

Spero che le canzoni di oggi siano di vostro gradimento, fatemi sapere qui o sui social quali sono invece i vostri consigli musicali: sono sempre in cerca di nuove prede sonore da ascoltare…

Aurevoir!

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