È così che doveva finire (Incipit per lettori sadici – III Parte)

Terza e (forse) ultima parte del racconto tratto dall’incipit vincitore di “Storie in lista d’attesa”.
Potrebbe essere soggetto a modifiche e stravolgimenti nei prossimi giorni/mesi/anni, sappiate in ogni caso che la colpa non è mia ma dei neuroni bruciati del mio cervello.
Buone notizie però, habemus titulum: “È così che doveva finire”. Spero vi piaccia, buona lettura e godetevi il finale!

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Photo: Death awaits by GeneralHound on Deviantart

Fui svegliata dal vento: sibilava sferzando le fronde degli alberi e mi feriva le guance. La statua non c’era più, Lei neppure; cercai di tirarmi su facendo leva sui palmi uniti ma mi accorsi di essere stata slegata. Mi stiracchiai a lungo, massaggiai le linee scorticate dei polsi e deglutii a vuoto per l’ennesima volta. La testa pulsava come colpita da centinaia di stimoli elettrici, istintivamente stesi le gambe: ormai libere anche queste.
Provai a tirarmi su e dopo qualche tentativo malriuscito riuscii ad essere piuttosto stabile. Il falò era ormai spento, solo qualche tizzone continuava a fumare sotto cumuli di cenere, e il silenzio che avvolgeva il bosco mi parve tanto innaturale quanto la mia visione precedente. Cominciai a camminare, potevo scorgere un sentiero sempre più largo farsi strada fra tronchi un po’ marci e foglie secche. Non era ancora il tramonto ma già riflessi rosa e arancio si distendevano stanchi lungo il profilo del bosco. C’era una sola domanda che mi frullava in testa: dov’è finita quella psicopatica del cazzo. Il progetto era semplice: riuscire ad arrivare in città, andare in centrale, denunciare quella stronza e tornarmene a casa per fare una doccia. Avevo il braccio appiccicaticcio per via del sangue di quella mattina – o almeno credevo fosse lo stesso giorno, non avrei potuto dirlo con certezza – e non vedevo l’ora di stendermi su un letto vero. Il sentiero, ormai sterrato e privo di fogliame, proseguiva voltando a destra per diverse centinaia di metri per poi concludersi con un bivio. Un bivio, in mezzo al bosco. Ottimo. Non avevo idea di quale fosse la strada giusta dunque mi affidai al caso. Andiamo a sinistra, non sembrava esserci niente di che preoccuparsi se non fosse che, dopo qualche decina di minuti mi accorsi che il bosco alle mie spalle sembrava richiudersi lungo la strada. Il tramonto era ormai al culmine e già il crepuscolo si faceva più insistente sulle pretese del sole. Rimasi un po’ intontita e lo stomaco non la smetteva di brontolare: dovevo uscire da lì. Non feci in tempo nemmeno a pensarlo che una mano mi si posò sulla spalla.
«Sapevo che mi avresti ritrovato, mi ritrovi sempre…»

Avvicinò la sua guancia alla mia e un ciuffo dei suoi capelli mi solleticò il collo. Feci per parlare ma la mano scivolò verso le mie labbra, premendo con forza.

«Shh… Esci dal mio sogno… ORA.»

Si scagliò contro il mio fianco e lo trapassò tutto d’un colpo con la lama ricurva che stringeva fino a sbiancarsi le nocche. Mi sentii come il personaggio di un thriller-horror, quello che muore in solitaria, assassinato in cantina. Andrà tutto bene, pensavo, andrà tutto a meraviglia. La mia maglia era completamente fradicia di sangue, d’istinto cercai di tamponare la ferita alla bene e meglio con scarso successo: la sentivo ridere, non si annoiava proprio mai eh.

«Lo senti il climax invaderti l’anima? Com’è bello ascoltarlo, potrei farlo per tutta la vita… Siamo all’atto finale principessa…»

Mi schioccò un bacio con dolcezza sulla guancia. Percepii ancora il motivetto, lo sentii tanto vicino da farlo diventare un tutt’uno con il mio flusso di pensieri. Chi lo spiegherà a mia madre? Sto morendo in un bosco, uccisa da una maniaca e, ribadisco, psicopatica del cazzo. Avrei dovuto leggere il finale di ‘Invisible Monster’, non ricordo più nemmeno dove fossi arrivata… Il motivetto. La musica, quella musica, si potrebbe morire sentendola. Quella musica… Mi accasciai a terra, priva di forze, priva di particolari reazioni, quasi priva di vita, in verità. La sera si sdraiava stanca sui miei occhi quasi chiusi, riuscii a sentire lei sussurrarmi all’orecchio.

«Riposa ora. E’ così che doveva finire.»

«Non mostra miglioramenti signora.»

Il medico si rivolse senza enfasi alla donna che le stava davanti, espressione triste, capelli in disordine, inerme.

«Abbiamo provato di tutto: la ragazza soffre di una particolare forma di depersonalizzazione. In genere questa forma di dissociazione è passeggera, il paziente si rende conto dell’irrealtà della sua situazione anche se non riesce inizialmente a combatterla.»

La donna continuava a fissarlo ad occhi spalancati, le pupille minuscole, pallida in viso. Annuì di tanto in tanto mentre lo specialista la invitava ad entrare nel suo ufficio aprendole la porta. L’ospedale psichiatrico era una bolla candida nel quale anime perse trovavano asilo: l’arredamento minimale, le finestre a doppi vetri, persino i pavimenti di linoleum beige chiaro davano una sensazione di pace per chiunque fosse psicologicamente sano. Nessuno seppe mai se i malati fossero dello stesso avviso.
«Abbiamo dovuto sedarla lievemente. Non faceva altro che parlare del bosco, del falò. “Il carceriere” la chiamava, l’altra proiezione di se stessa, raccontava di nuovo la solita storia. Interpretava le due versioni della sua personalità che dopo l’incidente non riesce più a conciliare.»
Il medico alzò le spalle e la signora deglutì di scatto, annuendo. Fece per dire qualcosa ma si interruppe, infilò una mano nella borsetta tirandone fuori un fazzoletto di cotone un po’ liso con su scritte le iniziali O.H. Il dottore si soffermò su quel particolare con la coda dell’occhio.

«Rivedere qualcosa di suo potrebbe aiutarla a stabilizzarsi? Le iniziali… Gliele ho cucite io quando era solo una bambina.»

Sorrise timida. Era una donna bellissima, dai lineamenti morbidi e la pelle candida. Capelli rossi, così come la figlia, due occhi castano verdi incastonati in una cornice di lentiggini.
«Non è mai stata colpa sua, dottore. Ha sempre avuto un’immaginazione particolarmente fervida, inquietante a volte. Ma erano solo le fantasie di una bambina…»
Il dottore annuì sprofondando stancamente nella sedia girevole, dietro la sua scrivania. Seduti uno di fronte all’altro, così diversi, entrambi cercavano le parole giuste per esprimere quel che avevano da dire.

«Le passerà, vedrà dottore. Nelle sue mani lei sicuramente…»
«Signora, non posso assicurarle niente. Io credo che le sue fossero più che storie infantili, potrebbe esserci una schizofrenia latente mai diagnosticata e mai curata.»

La donna cominciò a borbottare per poi sommessamente singhiozzare e lasciarsi sfuggire qualche lacrima. Annuiva meccanicamente mordendosi il labbro.

«Su, su, non faccia così. Starà meglio, la faremo stare meglio.»

Un corridoio illuminato da luci al neon, pavimenti di linoleum beige, muri bianchi. Due file di stanze, l’una speculare all’altra; in fondo, dall’ultima stanza, si spandeva una luce calda che andava a cozzare con il resto dell’ambiente. Un fascio luminoso proveniente dalla finestrella a vetri situata sulla parte alta dell’entrata; nella camera una ragazza sdraiata su di un letto. Capelli rossi, respiro affannoso, polsi legati da fasce e fibbie, un viso pallido e ricolmo di lentiggini. Nell’aria danzava un motivetto proveniente da uno stereo tenuto al minimo.
«Sto morendo in un bosco, è così che doveva finire. Sto morendo in un bosco, è così che doveva finire. Sto morendo in un bosc…»

«Continuare a ripeterlo ti farà solo sembrare ancora più idiota.»

Una ragazza perfettamente uguale alla prima, non fosse stato che per la coda alta che le raccoglieva i capelli rossicci: se ne stava seduta sul davanzale della finestra, dondolando le gambe e sorridendo sorniona.

«Non ti crederanno mai. Ogni volta la stessa storia: racconti di me, ti prendono per pazza, ti estranei, ti uccido e torniamo al punto di partenza.»
«STA ZITTA. Sto morendo in un bosco, è COSI’ che doveva finire.»
«STA ZITTA! STA ZITTA!» rideva “l’altra”, scimmiottando la gemella più fragile «Ho seguito il copione, non sei felice? Non ti crederanno, te l’ho detto. Ma ho una sorpresa per te. So come fermare tutto questo.»

Saltò giù dalla seduta inusuale avvicinandosi al letto con il sorriso sulle labbra.

Un urlo interruppe la pace dell’ospedale, alcuni pazienti cominciarono ad urlare a loro volta dalla propria stanza, altri a ridere, altri a dondolarsi nervosamente.
Quando le infermiere entrarono nella sua camera lei era ancora legata al letto, sdraiata sulla schiena, con la gola tagliata. Zuppa di sangue e ormai morta.
Aveva gli occhi spalancati, così come la bocca, come a voler dire ancora un’ultima parola, ma nessuno l’avrebbe ascoltata.

Non capirono come fosse potuto accadere ma si prodigarono ugualmente nelle solite cerimonie del caso.
«Si, signora, è riuscita a liberarsi e ha di nuovo tentato il suicidio. Purtroppo questa volta non eravamo pronti ad aiutarla.»
«Si, signora, ci dispiace veramente tanto, siamo addolorati per la sua triste perdita.»
«Certo, signora, certo, non si preoccupi. Ci occuperemo noi di tutto.»

Ciò che è strano, però, è che nessuno degli infermieri o dei dottori si accorse di un particolare della faccenda piuttosto curioso: dalla finestra della stanza, inspiegabilmente aperta, filtrava una piacevolissima e frizzante brezza.

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