Incipit per lettori sadici – Parte II

Seconda parte del racconto tratto dall’incipit vincitore di “Storie in lista d’attesa”.
Spero che la prima parte vi sia piaciuta, non odiatemi se non ho ancora scelto un titolo, per certe cose ci vuole tempo.
Godetevelo, baci.

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Photo: Stairs to anywhere by wotofock

«Finalmente. Buongiorno principessa.»

Mi guardai intorno intontita, il cielo cominciava a schiarirsi e le sagome del bosco diventavano mostri nell’armadio ai miei occhi. Cercai di spiccicare parola senza successo, strattonavo i polsi e le caviglie ma l’unico risultato che riuscivo ad ottenere era un dolore pungente poco al di sotto dell’epidermide. Alzai lo sguardo soffermandomi sulle sue mani, due lame ricurve con impugnatura tondeggiante. “Merda.” Pensai, incapace di esprimere a parole il disappunto, sbuffai più forte del solito: un animale in gabbia.
«Ti ricordi di me, ora?»
Marcò l’ultima parola come se significasse qualcosa di particolare. Spinsi così forte la mascella verso sinistra da sentire un “toc” poco rassicurante. Deglutivo a vuoto, la sete mi stava consumando e lei pareva piuttosto divertita da tutta la faccenda, in verità non mi sembrava che la sua espressione fosse cambiata dall’ultima volta che mi ero focalizzata sul suo viso. Sentivo gli animaletti diurni del sottobosco risvegliarsi, muovere le loro schifose zampette a qualche centimetro dalla mia guancia, dai miei piedi, dai miei vestiti, cazzo, CAZZO, che schifo.
«Liber…» Un suono piuttosto impreciso mi uscì dalle labbra schiuse, avevo mal di testa e i capelli erano impiastricciati di fango e foglie.
«Liberarti, dici? TU dovresti liberare me. Per. Quale. Motivo…» Ad ogni parola si avvicinava di nuovo, mi raggomitolai e cercai di abbracciarmi stretta: impresa piuttosto complicata con le mani legate dietro la schiena.
«…Invadi. I miei. Sogni!» Un calcio, in piena faccia, con il collo del piede; un dolore indescrivibile al naso, alla fronte, i muscoli pulsavano mentre un rivolo di sangue iniziò a scendermi fino alle labbra. Allungai la lingua, felice di assaporare qualcosa di liquido, seppure incredibilmente ferroso e denso. Mostrai i denti sporchi di sangue come una bestia incazzata, ringhiavo silenziosamente ancora incapace di capire.
«Non ti è bastato? Non ricordi? BENE, allora! Di nuovo! Proviamo… Proviamo quello della casa abbandonata, vediamo se quella tua testolina marcia riesce a fare due più due.»
Alzai gli occhi al cielo, cercavo di razionalizzare, capire dove fossi: un indizio, un indizio, un indizio.. Una statua. C’era una statua, come avevo fatto a non vederla? Una statua alata mi fissava da un angolo cieco, dietro un albero; riuscii a distinguerla dalle altre forme della foresta, così imponente, così bella… Mi persi per un momento in quel pensiero, giusto il tempo di rendermi conto di quanto lei fosse vicina. Prima che mi baciasse solcando con la lama destra il profilo della mia spalla ricordo il viso della statua, allarmato, febbrile. Un dolore caldo s’impadronì del mio lato destro del corpo, aveva tagliato dal tricipite in giù fino a poco sopra il polso. Strinsi i denti, la mia attenzione era tutta per l’angelo grigio. Il blocco di marmo si mosse, potrei giurarlo, portò l’indice alla bocca lentamente, spalancò gli occhi e tirando le labbra indietro fino alle orecchie mi zittì fino al prossimo risveglio.


Pareti scorticate, cemento che veniva via come pelle morta dopo una doccia calda. Carta da parati forse, riuscivo a sentirne con le dita solo i bordi. Accendi la luce, accendi la luce… Non lo trovo, non… Non riesco ad accenderla. Non c’è l’interruttore? Che razza di casa è una casa senza l’interruttore della luce dio santo? No! No, ecco, aspetta. “Click.” Nessuna risposta. Che non ci sia elettricità? No, no, una luce la vedo, è lì, in fondo alle scale. Non riesco… Sogno, sto sognando, non c’è luce dove la cerco ma c’è luce dove non sono. «Vieni qui! E’ buio, mi sento sola! Vieni qui!» E’ lei! Era lei. «Dove sei? Vengo a prenderti!» Cominciai ad avanzare a tentoni, braccia stese in avanti in cerca di appoggio e sicurezza: niente. L’intera stanza sembrava inghiottita dal buio più nero, un buio spaventoso ma non quanto quella luce fioca in cima ai gradini, al secondo piano. Dalle finestre non filtrava assolutamente nulla, polvere, aria, fasci di luna… Tutto sparito. Cominciai a respirare in maniera affannosa, c’era qualcosa di soffocante lì dentro, dovevo salvarla, prenderla e portarla via lontano. Riuscii a trovare una porta scavata nel muro, attraversandola mi trovai in fondo alle scale. Un sorriso spontaneo prima di cominciare a salire, uno scalino dopo l’altro, sempre più veloce. «Vengo a prenderti, resisti!» Un volto spuntò da destra, sorridente. «Stai con me, non lasciarmi sola.» Annuivo, pendevo dalle sue labbra e non sapevo perchè. Amore, forse era amore. Così bella, così… Bella… Avevo fretta di salire, la scala a chiocciola si avviluppava sopra e sotto di me stringendomi, mi sentivo un ratto preda di un’anaconda: per niente bella come sensazione, ma il premio che mi attendeva valeva ogni attimo di quel calvario: il caldo soffocante e innaturale, la paura, l’oscurità, le pareti malmesse che diventavano sempre più vicine, la stanza sempre più piccola, il soffitto sempre più basso, l’aria, mi mancava l’aria. «Vieni qui…» Un sussurro, mi misi a correre, scavalcai in fretta gli ultimi gradini ritrovandomi al piano di sopra. Ogni passo un rintocco a rimbombare nella testa. Camminavo nella sua direzione, l’avevo vista sparire in fondo al corridoio e seguivo la scia del suo profumo. Guardavo a destra e a sinistra, niente; una porta, un’altra, un’altra ancora, niente. L’ultima entrata non era socchiusa né spalancata: mi avvicinai senza prudenza, impaziente. Quando entrai nell’ultima stanza non trovai lei ma un enorme massa informe di capelli e spine, nere. Non come il buio che le avvolgeva, più nere, spiccavano sullo sfondo come contornate sapientemente. La creatura aveva un solo occhio e lo puntava implacabile su di me.
«NON DOVRESTI ESSERE QUI. NON DOVRESTI ESSERE QUI. NON. DOVRESTI. ESSERE. QUI.» Non riuscii a vedere la bocca fin quando una voragine non gli si aprì tra i grovigli di capelli, mostrandosi come un tunnel vorticante e puzzolente. Feci un passo indietro, con la coda dell’occhio continuavo a cercarla, senza successo. «Dov’è lei? Che le hai fatto!» Il mostro inclinò l’enorme testa sproporzionata di lato facendogli assumere un’inclinazione anomala, i lunghi capelli neri s’impigliarono nelle spine sul suo volto, se di volto si può parlare. Un gorgoglio indistinto mi raggiunse le orecchie, prima sommesso, poi via via sempre più forte fino a diventare assordante. Non stava borbottando ma ridendo, ridendo di me! «Non dovresti essere qui.» Fu l’ultima cosa che sentii prima di essere travolta da uno stridio spaventoso, sangue ovunque, lo vedevo davanti a me, dentro di me, sulle mie mani. Sangue ovunque e poi il silenzio.

Volevo farne solo due parti ma la storia mi sta prendendo più del previsto, quindi tac! Terza parte appena avrò tempo di scriverla :)

Aurevoir!

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