C’era una volta…

C’era una volta.. E adesso non c’è più.
L’incipit fiabesco più diffuso nel mondo occidentale, l’input logico in base al quale le nostre orecchie attendono una storia, una frase che già da sola racchiude una miriade di significati e implicazioni primordialmente interpretabile già in nuce ben prima che siano esposti i contenuti del corpus narrativo.

“C’era una volta”, chi racconta proietta il lettore in un altro qui, in un altro ora. È un passato che appare già lontano, non ci tange, non appare ciclico, non c’è l’idea di un ricorso.
C’era, un tempo lontano, c’era e non c’è più, dov’è finito?
Quando, inoltre, c’era? Una volta, come “i tempi di una volta”, i “giovani di una volta”, “i genitori di una volta”.. Una volta lontana, una situazione finita, morta e sepolta, nella maggior parte dei casi: irrecuperabile.

“C’era una volta” ci accompagna con la mano destra lungo i sentieri dell’attesa, verso un sabato del villaggio narrativo nel quale la modalizzazione del volere è esaltata, dove da un lato c’è un fare attivo e dall’altro un fare passivo: narrare e ascoltare (sia nel caso in cui gli interlocutori siano due, sia in quello che sia uno a leggere una storia in bianco e nero).
Cosa spinge un bambino, un adulto, a voler ascoltare e raccontare?

Il racconto, la narrazione dell’aneddoto è insita nella nostra natura di uomo, raccontiamo esperienze, spesso proprio quelle condivise in precedenza con il nostro interlocutore per sentirci parte di qualcosa, perché avere una buona storia significa aver vissuto un momento “particolare” che esuli dalla normalità. Raccontiamo e ci raccontiamo mille e più volte sempre lo stesso pezzo di strada, lo storpiamo, lo reinterpretiamo, aggiungiamo dettagli, noi e i nostri compagni di conversazione, anch’essi a conoscenza dei fatti, che dal canto loro si gettano a capofitto nel passato per rivivere virtualmente e a livello discorsivo le situazioni più banali o quelle più assurde.
Quando qualcuno ci lascia (il contesto di “lasciare” è inteso a libera interpretazione) noi continuiamo a raccontarci le dinamiche dell’abbandono, le situazioni precedenti, quelle previste. Ricordi, memoria, esperienze, emozioni. Raccontiamo per esorcizzare,  talvolta, o per sentirci meglio, meno vuoti, meno soli.
Allora “C’era una volta” diviene feticcio, s’insinua come un placebo a breve termine per alcuni, come farmaco miracoloso e definitivo per altri.

I bambini pretendono spesso sempre la stessa fiaba, più e più volte, la conoscono a memoria ma non si stancano mai di sentirla. La ripetizione li rassicura (a questo proposito vi consiglio la lettura di Come un romanzo di Pennac), li trattiene in una campana di vetro che non fa paura, una gabbia d’oro in cui ogni cosa è già scritta e non spaventa più, seppure di tanto in tanto vorrebbero cambiarne il finale. Gli adulti si sorprendono di questa strana abitudine, si scocciano, si rifiutano di raccontare ancora sempre la stessa identica storia. Se si fermassero per un momento si accorgerebbero di quante volte al giorno si rassicurano autonomamente grazie alla ripetizione, di quante volte lasciano che gli aneddoti li avvicinino ad elementi racchiusi in un tempo passato, come l’acqua miracolosa del lago che riporta indietro ciò che è stato perduto.
Continui disinneschi (débrayage) temporali enunciativi (verso una temporalità differente dall’enunciatore) nel caso di un “C’era una volta” in storie che non ci appartengono; disinneschi attanziali enunciazionali nel caso di un “Ricordi quella volta” in storie che invece sono nostre più d’ogni altra cosa.

Le storie ci riportano indietro ma, cosa più importante, ci mandano avanti. Mutano quelle che ci piacciono, cambiamo noi, cambiano gli altri, cambiano i racconti, cambia il nostro modo di approcciarci al mondo. Di ciò che leggiamo ci sono pezzi, frammenti talvolta piccoli, talvolta più grandi, forse taglienti in più di un caso o tondeggianti e colorati in altre occasioni, scaglie vitree che ci si conficcano nella memoria e a volte, solo a volte, quando le storie sono davvero quelle giuste, spingono e si fanno strada verso i nostri comportamenti, le nostre riflessioni, abitudini, affetti, reazioni, emozioni. Non lo fanno sempre immediatamente, capita che ci mettano un po’. Finché un giorno, senza preavviso, FRAN! (Cit. Baricco) Cominciano a spingere più forte del solito, eccole spuntare nei luoghi della vita più disparati.

Il mio consiglio è: abbiate sempre da parte una buona storia da raccontare, se non altro ve la caverete nel caso di un incontro con un Drago d’Ottone.

“Quando una persona cara ci dà un libro da leggere, la prima cosa che facciamo è cercarla fra le righe. […] Alcuni titoli sono allora di nuovo dei volti.”
(Come un romanzo, D. Pennac)

Grazie nonna per aver avuto la pazienza di raccontare la stessa fiaba per ogni giorno della mia vita.

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Ph. Caterina Macini

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