L’alba ammaccata.

Non era poi tanto tardi – le sei – se consideriamo l’arco della giornata all’inverso – diciamo un quarto alle sei – mattina presto – no, erano proprio le sei – notte tardi insomma, orari da gufo ( o da impiegato statale col part-time mattutino a tempo determinato e sottopagato, questione di punti di vista).
Erano le sei di mattina (presto) e lei continuava a fissare i vetri opachi della finestra con sguardo catatonico: un gioiellino nel fiore degli anni con l’aria assente e il cervello in stato comatoso. Soltanto quando vide quell’anomalia – minuscola, ma presente – quel leggero incrinarsi, un fenomeno strano non c’è dubbio, quella indiscutibile deformità celestiale – soltanto allora, ebbe l’impressione di risvegliarsi dal sonno in cui non era mai caduta. Ma partiamo dal principio. Era successo qualche giorno prima un mutamento impercettibile, l’innalzarsi delle temperature, il vivacizzarsi della natura in tutte le sue forme.
La primavera scaldava i cuori, sorridendo e facendo l’occhiolino al prossimo, ma soprattutto con la sua blanda pioggia lavava via rimorsi e paure invernali (il maglione perde pelucchi, non dovevo lasciare semiotica per la sessione estiva, cazzo quanto abbiamo speso di riscaldamento, oggi la neve m’arriva alle ginocchia: GIUBILIO). Lei amava il dispiegarsi di questa sensazione di libertà che soltanto le maniche corte sanno concedere all’essere umano. La voglia di mare sopraffaceva ogni suo vago tentativo di essere responsabile: “ora studio và, bona, ora studio” si ripeteva mentre il flusso mentale leggiadro vagava, trasportato di qua e di là da candidi banchi di polline. Giorni difficili, notti movimentate. Sogni al limite dell’immaginabile le scombussolavano il sistema nervoso: una notte c’era Nick Fury che la assoldava per una fondamentale operazione che aveva a che fare con diamanti grandi quanto pigne, un’altra notte era a capo di un’unità della DEA e metteva in manette una sua vecchia amica d’infanzia (che nel frattempo si era fatta crescere un bel paio di baffetti da fare invidia a Dalì).
La fantasia stava diventando una minacca, un agente tossico in grado di accrescere esponenzialmente gli effetti la fase REM, inghiottendo il riposo, il ristoro, il relax.
Quella particolare notte Mr. Sandman (uomo dai discutibili gusti in fatto di amicizie) non era venuto a farle visita e ogni cosa sembrava ormai perduta quando ecco, la vide: l’alba ammaccata.
Non era una di quelle albe spettacolari: niente riflessi di cinque tonalità diverse di rosa e di arancio, nessuna percezione di calore (nè fisica nè emozionale), nessun sole timido a fare capolino dal tetto color terracotta del palazzo di fronte.
L’antenna del dirimpettaio oscillava appena, smossa da un venticello fresco e pungente, ad ogni finestra corrispondeva una tapparella serrata, una tenda tirata – “E’ come chiudere la porta in faccia al giorno” pensò – una pace innaturale, un celestino chiarissimo, silenzio. Non era un’alba da manuale insomma, una di quelle che nessuno posterebbe su Facebook. Ma lei la trovò bella, la trovò bellissima. Le ricordava il crepuscolo d’estate, ebbe la stessa sensazione che la sfiorava ogni volta, tornando dalla spiaggia: un altro giorno che va via, accompagnato dal verso stridulo di qualche gabbiano affamato e dalle maledette zanzare.
Eppure in quell’alba, così turchina (come la fata) e pallida, così anonima, così opaca, sentì profumo di limoni, l’odore dell’erba trasportato dalla brezza dopo il tramonto, quando ti volti ed è già sera. Sentì la sua terra e la sua adolescenza racchiusa in quei colori pastello, poco interessanti, poco invitanti, incredibilmente normali.
Fu allora che la vide, l’ammaccatura su nel cielo. Proprio lì, in linea d’aria tra una tegola in pessimo stato e l’abbaino del signore di fronte, quello che fuma sempre di fretta, compulsivamente, come se avesse altro da fare. Sembrava che qualcuno avesse sferrato un pugno con tutta la forza in suo possesso contro quell’unico pezzo di cielo – ora irrimediabilmente sfigurato, irrimediabilmente ferito. La mente cominciò a macinare chilometri, a costruire storie plausibili e non su come quella conca anomala fosse finita lì. “Forse han fatto girare le balle al Grande Demone Celeste”, e ancora “probabilmente un buco nero in avvicinamento in meno di cinque minuti avrà risucchiato l’intero sistema solare e come assaggino ha ciucciato via un pezzo di volta celeste” e infine “forse è solamente una coincidenza, io che guardo l’alba, la mia normalissima alba, e ricordo che qualcosa è successo, in tutti questi anni, e mi ha ammaccato più di una volta. Ma se il cielo continua a stare su..”
In un attimo il sonno la prese, e tutte le estati, le onde, i gabbiani, i limoni e i ricordi vennero trasportati via, forse verso l’ammaccatura di qualcun altro.

Malachina

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