Legami che non si spezzano.

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Ho sentito il bisogno di scriverti. Non è la prima volta – lo so – e non sarà l’ultima.
La ricorrenza ha allungato i suoi artigli su di me, graffiando e strappando brandelli cicatrizzati a fatica nel corso del tempo. Succede sempre e non riesco mai a farci l’abitudine. Alla morte non si fa mai l’abitudine.

Tuttavia, per quanto sia fonte di inesauribile sofferenza, ti ricordo sempre con grande allegria. La memoria del tuo affetto e del dolce suono della tua risata, per quanto io non riesca più ad immaginare l’intonazione della tua voce, suscitano in me un certo divertimento. Pensarti libero a volare anche in assenza di vento, ubriaco di cieli azzurri e mari sconfinati, visualizzarti tra i colori vivaci di un campo di fiori o seduto a fumare sotto un lampione bagnato dalla pioggia. Quando il dolore si fa pesante, io provo così.
Provo a darmi una scusa che non faccia troppo male.

Un altro anno senza di te, il settimo di molti anni ancora.
Un anno in cui non ho smesso, neppure per un momento, di renderti partecipe della mia vita. Incasinata e persa, smangiucchiata, zoppicante, e così piena di regali da non sapere neppure a chi chiedere grazie. Scriverò sempre per te. Non mi serve a ricordarti, come potrei non farlo? Quando lo faccio, però, ti sento accanto. Sento i tuoi occhi scorrere sullo schermo, sul foglio, li sento avidi di leggere ciò che la mia mente partorisce, come lo erano quando eravamo insieme, come lo sono sempre stati.
Verrò a trovarti in primavera, piccolo gatto.

Mi manchi pems. Sempre più di ieri, sempre meno di domani.

“Per quanto sia doloroso,
se riesco anche solo a sentire nel mio cuore
che tu sei lì, posso riuscire a fare
le cose più incredibili.”

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Il Cantico degli Spezzati.

Sentire, provare, cercare di sentire, sentire di sentire, qualcosa, qualsiasi, una cosa qualsiasi, a tentoni, nel buio, ciechi e aridi, nella notte più nera, nel giorno più luminoso, anche nell’estate più calda, sentire, qualcosa.

Toccare, allungarsi per raggiungere il risultato materiale di un’emozione, una qualsiasi, fosse anche la rabbia o la paura, circondati dal freddo e dal vuoto più aperto. Una voragine piena di niente che trascina le gambe sul fondo. Gelida acqua di mare che gorgoglia nella gola, strozzando la prima parola che affiora alla mente: spezzati.

Spezzati come una trave di legno, scheggiati e divisi, feriti e capaci di ferire senza nemmeno chiedersi se abbia un senso farlo. Affondare le radici in una terra che non ci appartiene ricordando come sarebbe stato, dentro la brezza del vento di primavera quando fuori c’è la luna e i cani abbaiano ai loro compari.

Ricordarsi di una risata in un bar quando la birra era un bisogno, quando vedersi e condividere era tutto e il contrario di tutto: avere ben chiaro nella mente l’accavallarsi delle stagioni, anche quelle più dolorose, anche quelle più serene. Sentire il meccanismo incepparsi, bestemmiare e mordersi e graffiarsi via tutto ciò che non si riesce a tenersi dentro, e poi rimanere vuoti con il sentore di qualcosa che è passato e che continueremo a cercare in ogni istante in cui ci si apriranno gli occhi.

Questa fame, questa continua ricerca di avere, avere sempre più occhi, sempre più mani, sempre più orecchie per sentire e mai per ascoltare, per ascoltarsi, forse. Questo divorare il mondo e divorarsi dentro, questo fuoco che è impossibile estinguere e che riempie il contorno tra i cocci dispersi tra la pagina di un libro e le note di una canzone.

Non è poi così male soffrire, non è poi così male sorridere.
Non è poi così male vivere, tutto sommato.

La pulce.

Una pulce di mare che pizzica le gambe nude dopo una giornata d’estate; un tremolio di muscoli dopo lo sforzo eccessivo che fai quando corri incontro al bus e lui non si ferma e si lascia andare, abbandonandoti indietro un’altra volta: l’ennesima mattina, l’ennesimo ritardo; la sensazione di solletico che provi lungo il collo quando una ciocca di capelli decide di rompere i ranghi, di liberarsi dalla gabbia di un’acconciatura scomoda; il pungere dei fili d’erba sulla schiena e sulle braccia mentre ti sdrai sul terreno convinta che possa essere un buon momento per scegliere di scomparire. La sua presenza era così, un fastidio necessario e piacevole, una mancanza da riempire, un’assenza da superare.

Per questo ogni giorno, con malcelato entusiasmo, X. correva incontro al suo bisogno quotidiano di autolesionismo spicciolo: dopo essersi alzata, vestita e pettinata, X. decideva che era un buon momento per farsi del male, per abbracciare il nuovo senza mai lasciare il vecchio, per condividere con la pulce di mare ogni momento della sua giornata sentendosi colpevole e sola e felice. Felice.

Molte le parole che la pulce le scriveva, molti i silenzi che si vedeva rivolgere di tanto in tanto, ferita e allo stesso tempo rassicurata dalla distanza infinita che separava i loro mondi. Una cartolina dal pianeta in fondo a destra, quello nascosto gelosamente in piena vista: la lettera scarlatta che non avrebbe mai confessato, la curiosità, il tendersi verso il diverso e l’inconoscibile.

Ma X. sapeva che è possibile conoscere tutto ciò che si tocca, che è possibile comprendere tutto ciò che si accarezza, che si sente sulla pelle, dentro agli occhi, giù fin dentro la musica che invade l’aria. La stessa aria che respirava ogni giorno, secca e fredda, annebbiata da sigarette spente e birre lasciate a farsi acqua sotto lo sguardo del tempo. L’aria che la pulce non respirava mai. Ogni giorno cercava la sua pulce, ogni giorno ne uccideva una per permetterle di risorgere più forte al mattino.

Quante pulci servono per divorare un’anima?

The Walking Sad

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Non potevo esimermi dallo scrivere almeno un post sulla questione The Walking Dead. Comincio subito con il dire che cercherò – per quanto possibile – di evitare spoiler troppo plateali visto e considerato il breve lasso di tempo intercorso tra l’uscita dell’episodio e di questo articolo. L’hype precedente alla settima stagione era tanto, quasi un anno passato a costruire congetture, dare vita a teorie complottistiche, possibili sbocchi narrativi, comparazioni tra serie TV e fumetto, disperazione, impazienza, distruzione neuronale di massa e iperventilazioni varie. Il tutto scaturito dall’inquietudine di non sapere chi sarebbe stata la vittima sacrificale del cattivone di turno. Ammetto di aver detto, durante il finale di stagione della sesta: “Non riusciranno mai a farmi odiare Jeffrey Dean Morgan, qualunque cosa faccia. Non mi avranno MAI!”

Continuo di certo ad amare l’attore, forse anche più di prima dopo la sua magistrale interpretazione di Negan. Una crudeltà profonda e lucida, non mossa dall’istinto cieco, dalla vendetta irrazionale. Una cattiveria ragionata, estremamente precisa seppur caotica e sanguinosa come poche viste prima d’ora. Si parla in questi giorni di “eccessiva violenza”, di “immagini troppo forti” e mi viene da dire: si chiama The Walking DEAD, è una serie horror/splatter sull’apocalisse zombie, l’avete criticata fino ad ora perché era diventata moscia e ora vi lamentate di nuovo? Non vi va mai bene niente.

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(Se qualcuno conosce l’autore di questa vignetta mi comunichi il nome nei commenti!)

Sorvolando sulle chiacchiere da bar direi che sono pienamente soddisfatta dell’episodio seppur distrutta dentro (la mia anima sta ancora disperandosi piangendo lacrime amare), credo sia stata LA puntata più pesante, cruda, vera, reale, dell’intera serie. Quel che più mi fa male non è il sangue, lo splatter, i pezzetti di cervello sparsi per strada, il dolore della mancanza, dell’abbandono, della morte. Ciò che più mi fa male è vedere come uno show televisivo possa mettere in scena in maniera così impeccabile e dolorosa l’animo umano. TWD era cominciata come una serie di zombie, morsi mortali, rumori molesti e spaventi al cardiopalma. Ciò che TWD rappresenta in questo momento è invece un ritratto impietoso e preoccupante della natura umana, non zombesca, non animale, non mostruosa. Semplicemente umana. Fin dove un uomo (inteso come termine inclusivo e vago) può spingersi per proteggere ciò che possiede, per difendere se stesso, per difendere il proprio territorio, la propria famiglia, la propria parte?

Questo mi fa paura. Il sangue freddo, la superiorità da affermare, da conquistare, da guadagnare e da mantenere, la legge del più forte che vince, sempre, anche tra animali razionali che riescono a provare emozioni. Anche tra persone con un cervello che funziona, non tra zombie lobotomizzati in cerca di carne umana. Questo è adesso TWD, la serie zombie più umana di sempre, dove i mostri sotto al letto hanno smesso di fare paura da un po’ e quel che davvero ci spaventa e ci atterrisce è la presenza di altri sopravvissuti. Anime spezzate e inclini alla tortura volontaria, consapevole. Se mai arrivasse un’apocalisse zombie ora sapremo da chi e cosa guardarci con attenzione.

Che poi in realtà lo sapevamo anche prima ma, come dimostrano alcuni degli ultimi accadimenti del mondo reale, preferiamo coalizzarci contro il nemico comune, quello dipinto secondo caratteri di mostruosità, l’alienato, il βάρβαρος, piuttosto che ammettere che la mela marcia non cade mai troppo lontana da noi.

 

PS: Bella ripresa comunque per una serie che negli ultimi tempi cominciava un po’ a perdersi e a diventare stantìa. Addio ad un altro dei miei preferiti, dunque. Grazie AMC, non ne avevamo avuto abbastanza T_T

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“Sadness is a young lady” by Adelidaw

Salve a tutti, vi scrivo per aggiornarvi su diverse novità (oltre alla nuova grafica del blog che spero apprezzerete! L’artwork nella testata è mio e, se volete, potrete trovarlo anche QUI su redbubble)…

Comincio col dirvi che oggi ho creato il canale Telegram di Malachina “prendendo in prestito” un’idea dell’amico e fantastico blogger CervelloBacato (che vi consiglio subito di leggere e seguire!). Potrete iscrivervi al canale cercando “Malachina” nella barra di ricerca di Telegram oppure cliccando QUI: riceverete di tanto in tanto aggiornamenti che riguardano il blog, me medesima, le mie storie e le novità che coinvolgeranno il sito e la mia triplice attività di studentessa di Semiotica, aspirante scrittrice e, da qualche tempo, anche Responsabile di un Ufficio Stampa di promozione musicale. Non miro a rompervi le scatole 3400 volte al giorno, anzi avrò cura di gestire la cosa con parsimonia e senza esagerare! Giurin giurello, parola di Malachina.
(Per saperne di più leggete questo post di CervelloBacato: Un blogger su Telegram?)

Detto ciò, voglio fare un gioco con voi.
Anche meno inquietante eh!
Lo so, lo so.

Quello che segue è Psych-edelic_001, ovvero la prima parte di qualcosa. Forse una storia breve, forse un racconto, forse soltanto il primo pezzo di un puzzle che non finirò mai.
Ve la fornisco correlata di colonna sonora perché è proprio grazie ad un boost di creatività musicale che sono qui. Vorrei sapere da voi come questa storia dovrebbe continuare, ma non voglio una risposta a parole. Voglio una colonna sonora a vostra scelta che spinga l’intreccio nella direzione secondo voi migliore. Comincio io (alla fine del post): vi aspetto, voglio proprio vedere cosa tirerete fuori!

Respira.
Ricordati di respirare.

Non è semplice dimenticarsi di farlo. Un processo biochimico volontario e involontario al contempo, il coronamento della bugia del libero arbitrio. Un po’ come il cuore che batte.
Potete smettere di prendere aria, potete trattenerla, potete restare in apnea per qualche minuto se siete abbastanza allenati, ma non potete dimenticarvi di respirare. In questo il cervello somiglia in maniera fastidiosa a dio.

Respira.

Nella mia mente si proietta mille e mille volte il ricordo delle sue labbra, il rossetto rosso ciliegia sbavato sui lati della bocca, il fumo condensato che fuoriesce fra i suoi denti non perfettamente dritti – disposti come soldatini zelanti fatta eccezione per un paio di leve che battono la fiacca. Le sue labbra non troppo carnose che si muovono a rallentatore lungo le mie ciglia e mi dicono di respirare. Obbedisco.

Respiro, una boccata d’aria prepotente e famelica. Sento le costole alzarsi sotto il peso dell’ossigeno inalato, se mi concentro e chiudo gli occhi riesco persino a percepire il mio sangue che scorre imperterrito dalla fonte al mare, dal mare alla fonte, ripulito e poi sporco di nuovo. Lo scambio gassoso ha inizio ed io non posso fare a meno di rimanere viva. Le terminazioni nervose del mio cervello sfarfallano come lampadine al neon nel clou di un horror cheap. Mi sono sempre piaciuti i film di serie B. Piccoli capolavori dimenticati dalla storia che viaggiano su binari paralleli a quelli del cinema mainstream, su vagoni ricolmi di appassionati in cosplay.

Quando riapro gli occhi la sua bocca è solo un ricordo sfocato, attorno a me il buio di una stanza chiusa. Che giorno è oggi? Spero non sia lunedì. Il pavimento freddo mi solletica la schiena, nuda come sono simile ad un corpo morto sul lettino metallico di un obitorio di paese. Non so dove sia finito il mio letto, non so neppure se sia mai stato qui. Confusa e frastornata tento di tirarmi su ma rimango bloccata a metà strada, incapace di spiccare il volo: la mia schiena è incredibilmente dolorante. Non ricordo il mio nome. Non ricordo il mio viso. Nel nero profondo di ombre che non conosco provo a guardarmi dentro ma non ci sono risposte. Vorrei dire qualcosa, senza pubblico andrà bene lo stesso: probabilmente è colpa mia. Sembra scontato, banale, melenso, ne sono consapevole. Non so esattamente di quale reato io mi sia macchiata, se penale, civile o morale, etico, fisico o presunto, premeditato o volontario. Di qualunque tipologia si tratti, posso affermare con assoluta certezza di essere la causa del mio male. La ragione che spiegherebbe il mio essere sdraiata qui, senza vestiti e senza pudore, nell’aria fresca di una notte che non mi appartiene. Riesco a pensare con chiarezza lucida e spaventosa a quali possibili tranelli del destino mi abbiano condotto qui. Mentre sento scattare la serratura del mio nuovo mondo oscuro mi viene anche un po’ da sorridere. Riderei se ne avessi la forza, riderei se ricordassi come si fa. Nel dubbio, respiro e aspetto.

Non mi dimentico, giuro.
Respiro.

Vi lascio dunque la colonna sonora, l’album Lonerism dei Tame Impala, e vi chiedo di rispondere qui nei commenti (o sulla pagina Facebook di Malachina) con la vostra personale colonna sonora per Psych-edelic_002. Naturalmente ascolterò tutte le proposte e andrò avanti con quella che riesce ad ispirarmi di più. Partecipate attivamente a questo esperimento sociale e personale: è gratis e non fa male.

Grazie a tutti voi (anche ai nuovi followers, abbiamo superato i 100, vi sono veramente grata per la vostra passione ed il vostro interesse) e buona vita!

Melody Clues: William Manera

“La musica live è morta”, recita un volantino di protesta abbandonato lungo i portici della mia città. Dal momento che la cosa si è già detta del Punk e di Dio, non sono totalmente convinta dell’affermazione.

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William Manera Live @ Bravo Caffè, Bologna. Ph. Nik Soric Photo.

La sentenza lapidaria e triste perde di significato e d’importanza nel momento stesso in cui il mio sguardo si posa sul Bravo Caffè. L’inconsistenza della condanna a morte si fa palese nell’attimo preciso in cui William Manera comincia a cantare.

Non so se sia il suo sorriso, la sua voce, il suo talento nel suonare il piano; non so se sia l’estrema bravura dei musicisti che lo accompagnano, l’atmosfera calda e d’altri tempi del Bravo; non so nemmeno se sia il mio flusso di pensieri, immerso in un turbine incontrollato di domande, a proiettarmi sulle note dei pezzi che ascolto. Ma qualcosa c’è.
Una scintilla all’inizio impercettibile, una lieve brace che illumina a malapena il suo tizzone. Assoli, e strofe, e ritornelli che mi parlano, parlano a quel fuocherello contrito e infine, tra lo stupore generale del branco di matti che vive “Nel Mio Cervello”, divampa l’incendio. Brucia ogni foglio, ogni dubbio o perplessità, e i miei occhi si fanno timidi, e i brividi solcano contenti i contorni della pelle.

Il sorriso divertito nell’ascoltare le rocambolesche avventure di un musicista in “Due Minuti” si fa risata amara lungo le rime de “L’Analfabeta”; e “La tua sagoma” mi affascina, delicata e struggente, e riesce persino a farmi venire voglia di romanticismo d’altri tempi. Lo stesso profumo che ritrovo in “Buongiorno Bambolina”, l’odore d’amore che non si riesce bene a spiegare qual è. Che sia lavanda o ginepro a riempire le narici di chi ama io non lo so, ma ogni fibra freme immersa nelle note di “Se Tu Fossi Mia”.

“Se tu fossi mia mi addormenterei con il corpo riverso su un lato anche se non ci sei.”

E qualcosa si rompe. Dentro me, dentro chi ascolta. Una sorta di consapevolezza, il riconoscersi in un’emozione precisa, qualcosa di così duraturo da attraversare gli spazi e il tempi della nostra vita. I cocci rotolano contro la mancanza di casa, si stringono attorno a “Lo Stretto di Messina”, finiscono per squarciarne i bordi e ogni ricordo del sud si presentifica nella sua assenza. Un rombo di musica rimbalza contro le pareti del Bravo Caffè come se ogni onda del Mediterraneo avvolgesse la sala. Fuori piove e dentro c’è un sole che spacca i ricordi, che secca ogni goccia che inonda le strade e bagna i portici. E nel rosso del recinto musicale che mi trattiene torno a guardarmi intorno, “A due passi da qui”. Torno a capire perché dentro me convivono due terre lontane e diverse, e non si odiano, e non si annullano, e non si accettano neppure ma si amano segretamente. Come due sconosciuti che si guardano negli occhi in un mattino di settembre banale, e si riconoscono.

E sotto la pioggia me ne torno a casa, ripercorrendo i miei passi all’indietro. Incontro il volantino di prima, mi sorprendo che sia ancora integro, scampato al temporale e al vento persiste appiccicato contro la base di una colonna in pietra. Tiro fuori un pennarello dalla borsa e decido che per una volta si deve essere onesti con il mondo.

“La musica live è morta  viva
e voi non “Avete Fatto In Tempo” a rendervene conto.
Stronzi.”

Il punto.

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Be your own hero By Adelidaw

Sono così stanca da star bene. Bene veramente. C’è del paradosso in questo, me ne rendo conto.

Le mie giornate sono piene, straripanti, strabordanti.
Così mi sento io, al sicuro dalle intemperie della noia, lontana dall’insoddisfazione del nonhonientedafareoggi.

Mi perdo in storie sfuggenti, fatte di motociclisti barbuti, pirati spietati, intelligenze artificiali.
Mi perdo in tante storie e nessuna mi appartiene, questo è vero.
Sto lavorando su questo, sto lavorando per questo,
sto lavorando per me. Vorrei solo, certe volte, che le mie sinapsi
potessero aiutare nel momento del bisogno.

Vorrei. E di nuovo sono stanca, stanca per raccontare,
ma felice.

Melody Clues: Foschia.

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I Foschia.

Ci sarà sempre qualcuno che suona, da qualche parte in giro per la città,
ci sarà sempre qualcuno che riempie l’aria di musica, bella o brutta che sia,
in uno degli infiniti angoli del mondo. E se proprio, in accordo con la legge dei grandi numeri, mi doveva capitare di rimanere stupita da uno o più agenti dell’arte, nascosti in una sera calda di agosto, sono stata felice di essermi imbattuta nei Foschia.

Chi sono? A spiegarlo c’è il rischio di perdersi un po’.

Posso dire che Foschia è una band, su questo non ci piove, composta da cinque giovani musicisti di talento. Posso dire che il loro entusiasmo è contagioso, che i loro pezzi sono tanto particolari, tanto originali, non solo suonati ma anche interpretati. Il fatto è che a dirlo mi sono già annoiata. Vediamo se riesco a fare di meglio: alcune delle loro canzoni potete trovarle sulla loro Pagina Facebook ma oggi voglio fare un piccolo viaggio con “Ombre Scure alla Stazione”  e cercherò di portarvi con me.

Ascoltare i Foschia è come camminare lungo un marciapiede risicato dentro uno dei vicoli bui della Rossa in una notte senza luna. Scontato? Forse.

Ascoltare i Foschia somiglia un po’ a quel momento in cui ti guardi indietro e tutto dentro di te ti urla di lasciar perdere perché non ne ricaverai altro che dolore. E tu guardi, con il sorriso sulle labbra, e ascolti, piano piano, senza fretta. Troppo iconico? Può darsi.

Ascoltare i Foschia non lo si fa soltanto con le orecchie. Lo si fa con la pelle, con le mani e con i piedi che non smettono di battere tempi, sincopi, asimmetriche metriche serrate di rock su strascichi inaspettati di blues. Lo si fa con la distrazione di chi si arriccia i capelli con le dita per un’ossessione incontrollabile perché ormai è altro da sé, pura musica. Lo si fa con l’attenzione di un artigiano del suono, pronto ad indovinare la prossima nota, il prossimo assolo. E in entrambi i casi è fottutamente divertente.

Ascoltare i Foschia significa storcere un po’ il naso per l’enfasi fin troppo teatrale delle voci: ti spinge a pensare a qualcosa di vagamente vicino al Teatro degli Orrori, qualcosa che però non ne conserva lo stesso profumo. E ti porta all’inevitabile conclusione che vorresti e dovresti arrabbiarti ma tutto ciò che riesci a fare è sorridere, perché – porco giuda – questi non hanno nemmeno diciotto anni e già tentano nuove corde, corde difficoltose, insidiose, già sperimentano più di quanto non abbiano fatto le 456789 boy band nate e morte negli ultimi 15 anni. Forse non riuscendoci appieno ma comunque levigando, aggiustando a piccoli passi, a piccoli morsi.

Perché ascoltare i Foschia significa anche accettarne l’età, i limiti, le imprecisioni. Ascoltare i Foschia significa affezionarsi ad un materiale grezzo ma affascinante, non ancora raffinato eppure pronto a diventare qualcosa di estremamente bello.

Ascoltare i Foschia, sentirne la passione, la vitalità e la potenza, significa anche rimanere incantata ad osservare i loro fan con l’occhio attento e alticcio di una novella Sick Girl scozzese, nonché ex adolescente ribellina e nostalgica più di una canzone di Guccini. Significa sentirsi piena d’orgoglio per una generazione che non è completamente da buttare, significa ricordare, con il cervello stracolmo di emozioni contrastanti, che un tempo eravamo anche noi come loro, esaltati e pronti a pogare, e che forse non siamo mai cambiati. Significa restare imbambolati e felici a godersi lo spettacolo di un gruppo di giovani professionisti, teneramente fuori controllo, che esprimono sé stessi su musiche fosche, cupe e inquietanti quanto un campo di grano con corvi lasciato al pennello di Messieur Van Gogh.

Dedicato, o forse no.

Voglia di mare by Gaia Paolillo

Forse è l’aria d’estate o forse è la consapevolezza di essere distante a volte già prima di partire, forse è il rombo della macchina che guido quando fuori è già l’alba e tiro su il cappuccio, losca e felice, mezzo addormentata, forse sono tutte le parole che si dicono quando si sa che succederà di mancarsi, di cercarsi da qualche parte, dentro ad un sonno particolarmente inquieto, dentro ad una di quelle notti silenziose quando le lenzuola non sono mai troppo calde né i raggi della luna troppo invadenti. Qualsiasi cosa sia è quasi tangibile, stretta tra le pieghe del mio cervello, incastrata nel claustrofobico spazio che riservo ai ricordi felici. Una cantina in penombra, niente di inquietante o scomodo, ricolma di memorie ordinate in cui riconosco visi amici, voci rassicuranti. Se ascolto bene posso sentire ogni risata infantile e sguaiata che spensierata annulla ogni dolore, stasera non bevo, dicevi, stasera andiamo al mare, dicevo, ed era bello sdraiarsi sulla spiaggia a contare quanti desideri irrealizzati riuscivano a tenersi le stelle, bello quasi come il sorriso di te che mi abbracciavi e ti perdevi e ci stavamo già perdendo un po’, notte dopo notte, flussi di coscienza si portavano via tutto il possibile e l’universo partecipava silenzioso alla nostra impercettibile partenza. Tutto è immobile ora e a pensarci bene sono immobile anch’io che a piedi scalzi mi muovo un po’ goffa al centro di un lungo tunnel bianco, continua a camminare mi sentivo dire da me stessa, stanca delle deviazioni sul percorso, continua a camminare, continuo a camminare con il vento avverso, con sole cocente e pioggia fitta, ti vengo incontro anima bella, tu, chiuso a chiave nello scrigno più prezioso, ti vengo incontro e guardami, ti sto salutando con la mano. Mentre respiro a pieni polmoni questa aria satura di sale mi sento stringere i polsi da una carezza, sono nodi stretti a cui non mi oppongo, li sento tagliare solo se m’allontano, la distanza li rende letali. Non ti lascerò cadere mi sussurri all’orecchio e non devo neppure voltarmi perché non ho bisogno di vederti per capire che è la verità e che non potrebbe andare in nessun altro modo. Se però mi volto vedo la strada pesarmi sulla schiena in un modo così dolce da nascondere tutto l’inesorabile che ho dentro, il passato mi osserva pronto a cogliere l’attimo in cui mi beccherà a sbirciare di nuovo, e lo farò perché lo faccio sempre e tu sarai lì perché li sei, sempre. Forse è la vita che mi sono scelta, forse è la dose di felicità che ho strappato dal suo cuore innamorato a rendermi esilarata e lieve, avrei voglia di zucchero filato e di un tuo bacio a lavare via l’eccesso, gradi di dolcezza che si annullano a vicenda, ricordati di starmi vicino ma non troppo. Ricordati di provare a decifrarmi senza lasciarti prendere dalla rabbia nel momento stesso in cui rideró di gusto per un pensiero nel quale non hai posto, ricordati di ricordare il resto in cui resti e rimani, in cui ti barrichi al mattino e passeggi durante la notte. Non piangere per colpa mia, non morire per colpa mia, non lasciarmi per colpa mia. Non darmi quello che mi devi, non pareggiamo i conti, lasciamoli in sospeso come il sole quando non sa se sbucare o meno dalle montagne e si annuncia un’ora prima per comparire un’ora dopo scosso dal verso ostile dei galli e delle civette. Io sono fatta per scontrarmi con la vita, e il mare e il dolore, sono un catalizzatore di brutti pensieri e cattive intenzioni.

Non Pervenuta.

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Speak the pain away by Adelidaw on Redbubble

Buongiorno e benvenuti nel mio mondo
dove le parole sono cibo per la mente e talvolta anche per il corpo,
dove mondi incompossibili convivono, talvolta pacificamente talvolta no;
benvenuti nel mio mondo dove i ricordi sono oggetti taglienti
da nascondere per non farsi beccare,
dove le storie degli altri sono l’appiglio per ridefinire sé stessi, lo specchio d’acqua in cui nuotare per rilassare i muscoli e annientare il dolore;

benvenuti nel tuo mondo, dove la falsità è opzionale ma auspicabile,
dove lamentarsi e ridere hanno lo stesso sapore stantio,
dove le vittime sono carnefici e il pubblico applaude la mediocrità;

benvenuti nel suo mondo, dove ormai non mi riconosco più e mi sento estranea,
dove non trovo più un sentiero da seguire che mi porti dove devo andare;

benvenuti nel vostro mondo, fatto di guerra e soldi e sangue,
dove si dice ciò che si vuole perché ci si ubriaca di libertà
negandola a chi ci sta accanto, a chi vive ad un passo da noi,
benvenuti nel mondo degli arrivisti, dei fomentatori, dei populisti, dei bugiardi,
di chi è attaccato alla poltrona con le unghie,
di chi ha deciso che la propria vita vale di più,
benvenuti nel circo dei disonesti,
di chi per un fine giustificherebbe qualunque mezzo;

benvenuti nel nostro mondo, in cui giorno dopo giorno
cerchiamo di andare avanti e non lasciarci abbattere dal passato,
non lasciarci ingannare dal presente,
in cui ogni attimo che percepiamo passare
non è che un piccolo passo verso un futuro incerto.

Benvenuti nell’unico mondo che abbiamo,
dove invece di correre e urlare
bisognerebbe entrare in punta di piedi, in silenzio,
come si fa nelle chiese,
come fanno le madri nelle stanze dei loro figli,
quiete, tranquille, mosse dalla voce suadente del loro cuore.
Bisognerebbe starsene in silenzio ad ascoltare,
a comprendere,
a vivere.